Asia e Medio Oriente
Quali gli interessi in campo?

Spunti di riflessione
a cura dei Collettivi di Scienze della Formazione – Firenze
Novembre 2001

Gli interessi strategici *  (Gli autori)
Contributo di Sergio Finardi *  (S. Finardi)
Cercare di capire o rinchiudersi nella propria verità *  (N. Chomsky)
La serpe in seno (1)   Sotto l'egida della Cia (2)  
L'utile mostro "wanted" (3)   La guerra in Cecenia * (4)  (M. Chossudowsky)
Il terrorismo nel loro cortile *  (G. Monbiot)
La lista nera *  (fonte governo USA)
Dichiarazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina *
Spunto di un rappresentante del F.P.L.P. residente in Libano *
Considerazioni *  (gli autori)
Bin Laden ha il nucleare? *  (M. Zucchetti)
Chi sono questi " COMBATTENTI DELLA LIBERTA' "? *  (Omar Minniti)
Discorso pronunciato dall'ecc.mo sig. Felipe Pérez Roque,
ministro degli affari esteri della repubblica di Cuba durante il dibattito generale
del 560 periodo di sessioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
*
Appendice sulla storia dell'Afghanistan 24  (S. Leoni) (omissis)

 

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Gli interessi strategici

Mentre migliaia di esseri umani del "terzo mondo" stanno subendo i bombardamenti e muoiono come semplice "effetto collaterale", i lavoratori, gli studenti, i disoccupati nei paesi sviluppati devono sopportare con nuovi sacrifici i costi di tutto questo con "nuove finanziarie di guerra" e la limitazione della libertà individuale. Gli attentati dell’11 settembre, perciò, oltre a fornire il pretesto di un’altra guerra imperialista, hanno dato anche largo spazio all’ideologia razzista, strumento utilizzato dai potenti della terra come un ulteriore arma contro l’unità tra sfruttati di tutto il mondo ed elemento di legittimazione dei bombardamenti "contro l’inciviltà araba". Intanto la natura e le risorse della terra vengono squassate ed avvelenate ulteriormente dall’utilizzo massiccio di armi di distruzione di massa come l’Uranio Impoverito o la micidiale "blu 82" utilizzata in Vietnam negli anni ’60 ed adesso in Afghanistan.

Siamo sicuri di voler dare il nostro consenso a tutto questo?

Se è terrorista chi utilizza la propria potenza militare contro popolazioni civili indifese, se "terrorismo" è l’uccisione indiscriminata di civili per incutere "terrore" e raggiungere i propri obiettivi politici e militari, allora gli stati occidentali sono i principali promotori del terrorismo: la bomba atomica americana su Hiroshima e Nagasaki – 300.000 morti – ha segnato il definitivo superamento della differenza tra terrorismo e guerra. Il massacro di massa e le aggressioni indiscriminate sono stati adottati sempre più dalle potenze occidentali come strumento "legittimo" per piegare qualsiasi governo o popolo considerato nemico (in Vietnam, in America Latina, in Iraq, in Jugoslavia …).

Ci sono motivi economici dietro questo attacco.

Non è dall’11 Settembre che l’economia globale è in crisi perché già da oltre dieci mesi gli USA, e tutta l’economia occidentale, stavano entrando in una fase discendente.
Alcuni dati dell’ultimo anno, riferiti alle quotazioni in Borsa, possono aiutare a comprendere gli effetti di questa recessione: settore energetico –11,37%; materiali –7%; beni capitali –32,46%; beni di consumo durevole –41,90%; telecomunicazioni –43,41%; finanza –20,14% (fonte Il Sole 24 Ore). Lo sgonfiarsi della Borsa sta provocando negli Usa centinaia di migliaia di licenziamenti, un’inesorabile riduzione dei consumi e della produzione. L’evento dell’11 settembre ha offerto dunque l’occasione per risollevare un economia in recessione, attraverso il licenziamento di lavoratori e l’invasione di nuovi mercati.

Il controllo delle vie di rifornimento energetico (oleodotti, gasdotti), infatti, è un problema strategico per gli Stati Occidentali. Dietro l’aggressione alla Jugoslavia infatti si nascondeva il problema del controllo sui "corridoi" energetici nei Balcani. Dietro l’attacco in Afganistan c’è l’interesse dello sfruttamento delle enormi risorse di gas e petrolio scoperte nelle repubbliche ex-sovietiche della regione del Caspio. Gli Stati Uniti sono fortemente interessati all’Afganistan, perché dovrà ospitare un oleodotto capace di aggirare la Russia, evitare l’Iran e condurre queste risorse verso il mare. Quindici anni fa gli USA armarono e finanziarono Bin Laden proprio per impedire che la Russia potesse sfruttare quelle risorse di cui volevano garantirsene l’approvvigionamento.

Anche il discorso sullo scudo spaziale, promesso da Bush alla lobby militare, che l’aveva sostenuto nella campagna elettorale, è divenuto strumento individuato per rilanciare l’economia americana, che si appresta ad andare in porto, perché molte obiezioni sollevate contro questa folle spesa a livello mondiale sono cadute dopo l’attentato dell’11 settembre e perché l’attuale strategia della tensione - creata ad hoc per una generale corsa al riarmo - contrassegnerà la politica economica di tutto l’Occidente.

Quest’attacco fa guadagnare maggiormente i padroni (vedi la "finanziaria di guerra"), rende ancora più poveri i lavoratori, rafforza i potenti della Terra, uccide migliaia di esseri umani, mentre non tocca chi il terrorismo lo arma e lo finanzia.
La pace, la libertà, i diritti vengono "sacrificati" in nome della "sicurezza" del mercato globale capitalista fondato sul profitto. In questo scenario i mass media hanno un ruolo fondamentale perché si fanno promotori e portavoce di una propaganda di guerra che senza "se" e senza "ma" giustifica la violenza su popolazioni inermi.
Di fronte agli interessi in campo, quindi, la lotta al terrorismo diventa soltanto un elemento pretestuoso, affinché gli stati occidentali possano perseguire le proprie strategie di penetrazione imperialista.

Non possiamo tollerare in silenzio le migliaia di vittime afgane provocate giorno per giorno dai bombardamenti, altrimenti il giusto orrore provato in tutto il mondo di fronte alla strage di Manahattan si macchia d’ipocrisia e complicità. Il governo italiano, invece, si schiera col mostro imperialista, ne diviene parte e decide di partecipare all’eccidio con uomini e mezzi facendo ricadere sui lavoratori i costi di questa politica guerrafondaia, tagliando le spese sociali, licenziando o mettendo in cassintegrazione i lavoratori (2500 alla Fiat e 5000 all’Alitalia…), svendendo il patrimonio abitativo pubblico… questa non è solo una crociata contro i paesi musulmani, ma anche contro i lavoratori dei paesi industrializzati.

Inoltre se sono le condizioni estreme di vita a costituire l’humus fecondo del terrorismo, perché si continua ad affamare questi popoli (con la morsa del debito e delle politiche economiche usuraie del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e delle Multinazionali) e si continua a bombardarli rendendoli ancora più poveri, dando a tutta l’umanità la prova che siamo di fronte ad un vero e proprio colonialismo? Sarà mai possibile risolvere i problemi del "terzo mondo", rispondendo alle loro legittime richieste di sviluppo ed autodeterminazione, così come sono state espresse anche al congresso di Durban del settembre 2001, evitando il ricorso alle guerre?

Noi propendiamo per dare risposta a questa seconda domanda.

La seguente rassegna di articoli ci serve per inquadrare il problema della strategia dell’imperialismo in Afghanistan, senza tralasciare, perciò, considerazioni di carattere generale.
Un intervento quindi su come l’imperialismo oggi tenda a riprodursi e quali siano i suoi campi di intervento strategici, attraverso le parole di Sergio Finardi che - nonostante a nostro avviso non puntualizzi con la necessaria dovizia le cause di questa guerra rintracciabili nell’accesso alle fonti energetiche - dà comunque un valido contributo a questo nostro lavoro.
L’accusa di Chomsky all’interventismo occidentale e alla sua presunta "giustizia".
Poi alcune considerazioni sulla figura di Bin Laden in modo da svelare, ancora una volta, le sue collusioni coi servizi segreti statunitensi, le lobby di potere americane, e la finanza internazionale, sottolineando come si stia attribuendo a questa figura la paternità di azioni non provate ed il possesso di ordigni di morte atomica solo per scusare l’intervento a difesa degli interessi dell’imperialismo occidentale a guida anglosassone. Ogni più modesto esperto militare sulle questioni del nucleare riconoscerebbe essere solo menzogne per legittimare sempre più la violenza imperialista. L’uso strumentale quindi della lotta al terrorismo e l’associazione a questa categoria di organizzazioni e partiti di partigiani come quelli dei palestinesi presenti nella lista nera degli Usa. Chiarifichiamo infine che l’Alleanza del nord alla quale gli Usa e i paesi occidentali si stanno appoggiando, non è altro che un altro elemento reazionario pari, se non peggio, ai Talebani, di modo che si capisca che la questione dell’oscurantismo del mostro che si dice di volere combattere, non è, in realtà, il vero obiettivo della guerra. Entrambi questi gruppi sono stati infatti finanziati dai gruppi di potere statunitensi. In appendice una breve scheda sulla storia dell’Afghanistan fornitaci da Alessandro Leoni (qui omessa - n.d.r.) ci fa capire, inoltre, come gli Usa abbiano sempre osteggiato ogni governo progressista in questo Stato, preferendo ad esso i nuclei più reazionari di potere.
Finiamo questa rassegna con la dichiarazione all’Onu da parte del Ministro degli Esteri Cubano Felipe Pérez Roque.
Nelle conclusioni, poi, le considerazioni che secondo noi vanno tratte da questa documentazione.

 

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Novembre 2001

Contributo di Sergio Finardi

Credo sia importante riflettere oggi sui grandi scenari del conflitto tra potenze, sollevando per un attimo lo sguardo dalla tragicità degli avvenimenti presenti.

Gli elementi di riflessione che voglio proporvi parlano di cose che sembrano molto lontane dagli attuali conflitti. Tuttavia e’ dal confronto con queste realtà che possiamo capire quale e’ la fonte dei grandi fiumi che arrivano alle nostre rive e ormai da tempo hanno superato gli argini eretti nei decenni passati dalle forze del movimento operaio, dai movimenti di resistenza, dalle forze sociali alternative.
Non avrò il tempo di entrare in particolari e piuttosto suggerirò temi che spero stimolino il dibattito successivo sull’attuale fase del confronto tra le grandi potenze economiche e militari e del confronto tra queste e il resto del mondo.
Il primo tema e’ relativo alla materia del confronto, ovvero agli elementi intorno a cui si sviluppa.
Il secondo tema e’ relativo alla dinamica del confronto, ovvero a equilibri e squilibri delle bilance di potenza a livello globale o regionale.

Il primo tema:
La materia di base dei conflitti tra le potenze e tra queste e il resto del mondo e’ la concorrenza e lo scontro per il controllo dei settori economici strategici. In qualsiasi modo questa concorrenza e confronto si camuffino - nazionalismi, religioni, etnie, ideologie -, gratta gratta troverete la lotta per il controllo di un settore strategico, o per un suo segmento, in ogni conflitto di consistente portata. E’ noto che gli uomini amano scannarsi per le piu’ diverse ragioni e non ha molta importanza quello per cui credono di scannarsi. L’importante e’ il motore primo che utilizza l’animosità e l’estraneità tra differenze – politiche, culturali, religiose, etniche – per raggiungere un obiettivo di potere.
Settori o sottosettori economici strategici sono quelli il cui controllo – a livello nazionale o internazionale – mette in grado di detenere le leve sul mantenimento della vita e su tutti gli altri settori economici. Possiamo farne un sommario elenco:
Al primo posto sta la grande produzione agricola per l’alimentazione umana ed animale e per la produzione di fibre naturali per l’industria.
Al secondo la individuazione, lo sfruttamento e la gestione delle fonti di acqua ad uso umano, agricolo o industriale.
Al terzo la estrazione, produzione e commercializzazione dell’energia.
Al quarto la estrazione e la preparazione commerciale di metalli e minerali critici per le produzioni industriali, ovvero quelli senza i quali non si possono produrre o far funzionare i macchinari industriali, i mezzi di trasporto, gli armamenti, i beni intermedi come i computer, etc.
Al quinto la ricerca tecnologia avanzata ad uso militare e il connesso apparato militare-industriale.
Al sesto il settore del trasporto merci internazionale, il cui controllo e’ fondamentale per la circolazione dei beni.
In ognuno di questi settori il conflitto economico o militare o lo scambio consensuale o forzato nascono ovviamente dal fatto che gli Stati hanno un diverso grado di accesso o di specializzazione in relazione a questi settori, ma nessuno di loro ne può prescindere. E’ importante notare che alcuni di questi settori, ed in particolare quelli che dipendono più dalle dotazioni naturali che dalle risorse umane, ha dei limiti oggettivi di sviluppo.
L’odierna tendenza alla ripresa dei conflitti nasce non tanto dalla fine dell’equilibrio della cosiddetta guerra fredda – come spesso si dice – ma innanzitutto dal fatto che in alcuni settori strategici il limite dello sviluppo, contemplabile nell’orizzonte della nostra tecnologia e nel quadro della attuale crescita demografica ed economica, non e’ molto lontano, tra i dieci e i trent’anni.
Parlo in particolare del petrolio economicamente sfruttabile, delle risorse idriche e della loro distribuzione ed utilizzo, delle terre coltivabili in modo commercialmente utile, dei minerali e dei metalli rari.
La gestione e il controllo di questi settori diviene un elemento indispensabile del gioco e dei conflitti delle potenze e tra le potenze stesse.
Costruite la tabella dei limiti di sviluppo di questi settori, guardate la mappa delle regioni geografiche che ospitano certe risorse naturali – e non parlo qui ovviamente soltanto di quella abbastanza nota del petrolio – ed otterrete la mappa dei conflitti presenti e futuri, quelli molto evidenti perché militari (oggi più di trenta conflitti civili attivi in varie regioni del mondo) e quelli segreti e sordi condotti a colpi di crisi finanziarie, di blocchi o di accordi commerciali, di spionaggio industriale, di accordi e lotte negli organismi come il Fondo monetario internazionale o l’Organizzazione mondiale del commercio.
Dirò qui brevemente solo del settore agricolo, perché mentre tutti ne riconoscono la necessità, se ne parla sempre molto poco.
Forse non e’ infatti a tutti noto che nonostante il grande sviluppo della tecnologia di ogni tipo e la grande crescita demografica avvenuti negli ultimi decenni, l’aumento delle terre coltivate nel mondo e’ stato del solo 6,5% dal 1966 al 1996, ovvero da 1.280 a 1.362 milioni di ettari. Non solo, ma mentre una buona parte delle 248 entità statuali presenti oggi nel mondo ha una sua agricoltura, i Paesi autosufficienti dal punto di vista agricolo sono in realtà molto pochi e si crea quindi lo spazio economico per le esportazioni dei Paesi che producono grandi surplus: i primi 15 Paesi al mondo per esportazioni agricole di ogni tipo (rispettivamente Stati Uniti; Francia; Olanda; Canada; Germania; Gran Bretagna; Australia; Belgio; Brasile; Italia; Spagna; Cina; Argentina; Thailandia e Danimarca) coprono il 66% delle importazioni agricole mondiali (oggi circa 600 miliardi di dollari all’anno), tenendo in pugno un bel po’ di altre nazioni. Le maggiori multinazionali dell’agro-business che controllano produzione e distribuzione mondiale di prodotti agricoli sono inoltre non più di una ventina, tutte appartenenti ai Paesi industrializzati maggiori.
Se potessimo prendere in considerazione il settore dei minerali e metalli strategici, troveremmo una concentrazione ancora maggiore e solo un pugno di Paesi (tra i quali Russia, Cina, Canada, Stati Uniti, Australia e Sudafrica) sono significativi produttori ed esportatori (tra i 6 e i 12 tipi) di tali prodotti indispensabili.

Il secondo tema
Se vogliamo comprendere come dalla necessità di controllare certi settori si passi ai conflitti o ai confronti, ovvero alla parte dinamica delle relazioni di potenza, dobbiamo saper tenere insieme sia le ragioni contingenti che quelle strategiche. Queste ultime alludono al fatto che lo sviluppo ineguale delle forze economiche nelle varie regioni del mondo, e lo sviluppo ineguale dei settori che abbiamo visto sopra, modifica progressivamente l’equilibrio, la bilancia appunto, di potenza di queste stesse regioni tra loro e tra i Paesi che le compongono. Questa dinamica concorre a creare i presupposti perché si squilibrino poi progressivamente anche le bilance di potenza militari e politiche. Tenere sotto controllo il progredire degli squilibri e raggiungere nuovi equilibri e’ elemento essenziale delle politiche internazionali, militari ed economiche, delle grandi potenze.
Dobbiamo dunque riflettere al fatto che se e’ giusto cercare oltre le cortine della propaganda i motivi economici possibili di un certo conflitto, dobbiamo anche tenere presente che e’ la dinamica stessa degli squilibri di potenza ad esercitare una attrazione fatale su quegli Stati che aspirano a mantenere o raggiungere un’egemonia globale o regionale.
Il controllo dello sviluppo dei settori strategici si esercita anche con il controllo complessivo delle bilance di potenza regionali. L’attuale crescente tendenza aggressiva, economica non meno che militare, degli Stati Uniti, dell’Europa occidentale e, più timidamente, del Giappone non e’ il frutto di un ormai incontrastato potere, come vorrebbe il senso comune, ma e’ all’opposto legata alla consapevolezza che gli establishment di queste potenze hanno del loro inevitabile declino relativo, un declino che porterà tali potenze ad essere in breve confrontate da Paesi quali la Cina, la nuova Russia, l’India, il Pakistan, l’Indonesia, il Brasile, l’Iran.
L’orizzonte del declino relativo delle potenze attuali, ed in particolare degli Stati Uniti, e’ anche qui non molto ampio, trent’anni e per certi aspetti molto meno. Dopo di che, l’insieme di Paesi di cui s’e’ detto prima costituirà una serie di poli con potenza economica e militare complessivamente superiore alla triade Stati Uniti, Europa, Giappone, che tenterà di ritardare con ogni mezzo o controllare/gestire gli esiti della crescita di tali Paesi.
Guardate con queste lenti l’utilizzo statunitense degli squilibri prodotti dai primi bagliori della cosiddetta crisi finanziaria asiatica del 1997/98 ed otterrete la visione di una battaglia fondamentale che l’establishment statunitense ha condotto per indebolire decisivamente l’autonomia di Giappone e Cina attraverso l’indebolimento delle aree vicine di penetrazione finanziaria e commerciale, ovvero quelle dei Paesi emergenti dell’Asia orientale, la Corea del Sud, la Thailandia, la Malaysia, l’Indonesia. E’ noto che dopo la crisi, una buona parte degli apparati industriali e commerciali di questi ultimi Paesi e’ ripassata, a prezzi di realizzo, nelle mani della finanza statunitense.
Guardate ancora con queste lenti il rinnovato sfruttamento da parte di Stati Uniti ed Europa di tutti i possibili elementi di crisi – emergenza terrorismo compresa - nelle regioni mediorientali, caucasica e centro-asiatica e vi si mostreranno tutti gli elementi di un complesso gioco che mira:
- in primo luogo a impedire un rapporto più paritario dei Paesi petroliferi delle tre regioni con le grandi compagnie energetiche statunitensi ed europee e a contrastare il controllo degli stessi Paesi sui corridoi di trasporto delle proprie risorse verso i mercati;
- in secondo luogo a mantenere conflittuale l’area di snodo tra Pakistan, India e Cina (ovvero l’Afghanistan e il Kashmir), soprattutto per impegnare la Cina sul suo fianco occidentale, impedirle di normalizzare le difficili relazioni con l’India e conseguentemente contrastare una possibile cooperazione tra i due giganti demografici mondiali;
- in terzo luogo a ritardare o rendere difficile la ripresa della proiezione della Russia verso I Paesi che si affacciano o sono di transito verso l’Oceano Indiano, area di passaggio strategico del commercio internazionale e delle rotte petrolifere verso l’Asia e l’Europa;
- in quarto luogo ad inserire il cuneo della presenza militare statunitense ed europea ai bordi meridionali e strategicamente fondamentali (ovvero l’Afghanistan) dell’area di incontro tra Cina, Russia e alcuni Paesi asiatico-centrali, area definita di fondamentale importanza dagli accordi di sicurezza siglati a Bishek due anni fa dai sunnominati Paesi.
Molti altri esempi potrebbero essere fatti, ma ciò su cui mi sembra importante continuare a lavorare – anche in relazione allo straordinario oscuramento e censura che l’attuale presunta lotta al terrorismo ha portato con sé – e’ proprio il piano strategico su cui si sviluppa oggi come non mai l’azione delle potenze.
Se siamo stati contro i bombardamenti sulla ex-Yugoslavia o siamo contro l’embargo decennale contro l’Iraq, non e’ perché amavamo Milosevic o Saddam Hussein, ma perché vedevamo il gioco di potenza dietro la foglia di fico della guerra di distruzione umanitaria e perché vediamo ancora Hussein al potere e centinaia di migliaia di civili irakeni morire di embargo. Se oggi siamo contro il bombardamento dell’Afghanistan non e’ perché siamo incerti tra ragione e terrorismo e tanto meno perché stiamo dalla parte dell’oscurantismo fondamentalista, ma perché vediamo il progetto egemonico e totalizzante dietro l’immensa ipocrisia dei nuovi signori della guerra "giusta", dei loro assordanti sostenitori nei media e nei parlamenti, che fingono di credere che e’ con questi mezzi che staneranno il lupo, mentre sanno benissimo che essi creeranno solo tutti gli elementi perché nuova instabilità, nuovo terrorismo e nuove crisi consentano loro di continuare a stabilire le regole del gioco nella spartizione mondiale delle risorse fondamentali.

 

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CERCARE DI CAPIRE O CHIUDERSI NELLA PROPRIA VERITÀ

Noam Chomsky

Gli attentati terroristici sono stati della massima atrocità.
In relativo, probabilmente, non raggiungono il livello di molti altri attacchi, come per esempio i bombardamenti sul Sudan, ordinati da Clinton senza una motivazione plausibile, che hanno distrutto la metà delle riserve di medicinali e ucciso un numero mai calcolato di persone (non si sa quanti siano stati i morti perché gli Usa hanno impedito un’indagine delle Nazioni Unite, indagine che nessuno è stato interessato a riprendere). Potremmo ricordare tanti altri casi molto piú terribili ancora, ma è indubbio che questo è stato un crimine orrendo. Le vittime, al solito, sono state soprattutto dei lavoratori: uscieri, impiegati, vigili del fuoco, ecc. Molto probabilmente vi saranno dure ripercussioni nei confronti dei palestinesi e di altre popolazioni povere e oppresse. Un’altra probabile conseguenza sarà un pesante intensificarsi dei controlli di sicurezza, con la possibilità di ulteriori ramificazioni che limiteranno i diritti civili e la libertà di movimento all’interno degli Stati Uniti.
Gli avvenimenti rivelano, in maniera tragica, l’idiozia del progetto di "difesa missilistica". Come è sempre stato ovvio, e ripetutamente sottolineato dagli esperti di strategia militare, se qualcuno ha intenzione di attaccare gli Stati Uniti anche con armi di distruzione di massa, difficilmente ricorrerebbe a un attacco con i missili, che verrebbero immediatamente distrutti. Esistono innumerevoli modi, molto piú semplici, di raggiungere quell’obiettivo. Ma quello che è accaduto oggi con ogni probabilità sarà sfruttato per aumentare le pressioni a favore dell’attuazione di questi sistemi di difesa. Lo stesso termine "difesa", che è un eufemismo per indicare i progetti di militarizzazione dello spazio, ben sfruttato da esperti di pubbliche relazioni riuscirà a convincere una popolazione atterrita.
In breve, questi crimini sono un regalo per la destra piú oltranzista, per quelli che sperano di usare la forza per controllare le loro sfere di attività. Inoltre scateneranno la reazione statunitense, che a sua volta metterà in moto un’altra serie di risposte – probabilmente altri attacchi terroristici, addirittura peggiori di quelli che abbiamo appena subito. Le prospettive sono perfino piú minacciose e inquietanti di come apparivano prima degli avvenimenti odierni.
Possiamo però scegliere come reagire. Possiamo esprimere un comprensibile orrore; possiamo cercare di capire cosa può aver portato a queste stragi, il che significa che dobbiamo sforzarci di entrare nei cervelli dei possibili esecutori. Se scegliamo questa strada dovremo ascoltare quanto ha detto Robert Fisk, che ha una conoscenza diretta e approfondita del mondo arabo, quando descrive "la malvagità e la terrificante crudeltà di un popolo oppresso e umiliato": "In futuro, il mondo non dovrà credere che si tratta di una guerra della democrazia contro il terrorismo. Ci sono anche i missili americani lanciati sulle case palestinesi e gli elicotteri statunitensi che abbattono un’ambulanza libanese nel 1996 e le bombe americane che cadono sul villaggio di Qana e la milizia libanese, pagata e rivestita dagli alleati israeliani, che si apre un varco nei campi profughi con le distruzioni, gli stupri e le uccisioni". E molto altro ancora.
Lo ripeto, abbiamo due possibilità: cercare di capire o chiudersi nella propria verità, dando cosí il nostro contributo alla probabilità che accadano cose ancora peggiori.

Noam Chomsky

 

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La serpe in seno

Chi è Osama bin Laden /1.
Un guerriero contro l'Unione sovietica allevato dalla Cia
Ritratto in due puntate dell'uomo che George W. Bush vuole prendere "vivo o morto".
Come la biografia del terrorista internazionale è intrecciata alla storia della politica estera americana durante e dopo la guerra fredda

Michel Chossudovsky 

Poche ore dopo gli attacchi terroristici al World Trade Centre e al Pentagono, l'amministrazione Bush ha concluso, senza fornire prove, che "Osama bin Laden e la sua organizzazione al-Qaeda sono i principali sospettati".
Il direttore della Cia George Tenet ha affermato che bin Laden ha la capacità di pianificare "attacchi multipli con poco o nessun allarme".
Il segretario di stato Colin Powell ha definito gli attacchi "un atto di guerra" e il presidente Bush ha confermato in un discorso alla nazione trasmesso in tv che non avrebbe "fatto distinzione tra i terroristi che hanno commesso quegli atti e coloro che li  ospitano".
L'ex direttore della Cia Woolsey ha puntato il dito contro "la protezione da parte degli stati", dando per scontata la complicità di uno o più governi stranieri.
Secondo le parole dell'ex consigliere per la sicurezza nazionale Eagleburger, "penso che dimostreremo che quando veniamo attaccati in questo modo, la nostra forza e la nostra punizione sono terribili". 
Frattanto, parafrasando le dichiarazioni ufficiali, il mantra dei media occidentali ha approvato il lancio di "azioni punitive" dirette contro target civili in Medio Oriente. William Saffire ha scritto sul New York Times:
"dopo aver ragionevolmente identificato le basi e i campi dei nostri aggressori,dobbiamo polverizzarli - minimizzando ma accettando il rischio di danni collaterali - e agire in modo scoperto o occulto per destabilizzare gli stati che ospitano il terrore"
Questo testo delinea la storia di Osama bin Laden e i collegamenti esistenti tra la "Jihad" islamica e la formulazione della politica estera Usa durante e dopo la guerra fredda.

Sotto l'egida della Cia 

Principale sospettato negli attacchi terroristici di New Yorke Washington, bollato dall'Fbi come "terrorista internazionale" per il suo ruolo nei bombardamenti delle ambasciate statunitensi in Africa, Saudi nato Osama bin Laden è stato reclutato durante la guerra in Afghanistan "ironicamente sotto l'egida della Cia, per combattere gli invasori sovietici" (1). 
Nel 1979 è stata lanciata "la più grande operazione segreta nella storia della Cia" in risposta all'invasione sovietica dell'Afghanistan a sostegno del governo filo-comunista di Babrak Kamal (2): "Con l'incoraggiamento attivo della Cia e della pakistana Isi (Inter Services Intelligence), che volevano trasformare la jihad afghana in una guerra globale mossa da tutti gli stati musulmani contro l'Unione Sovietica, tra il 1982 e il 1992 si sono uniti alla lotta dell'Afghanistan circa 35.000 musulmani integralisti di 40 paesi islamici. Altre decine di migliaia di loro sono venuti a studiare nei madrasah del Pakistan. Alla fine, più di 100.000 musulmani integralisti stranieri sono stati direttamente influenzati dalla jihad afghana" (3). 
La jihad islamica è stata sostenuta dagli Stati uniti e dall'Arabia Saudita con una parte significativa del finanziamento generato dal traffico del Golden Crescent:
"Nel marzo 1985, il presidente Reagan ha firmato la direttiva 166 della Decisione sulla Sicurezza Nazionale,... [che] autorizza[va] un aumento di aiuti militari segreti ai mujahideen, e chiariva che la guerra segreta afghana aveva un nuovo obiettivo: sconfiggere le truppe sovietiche in Afghanistan attraverso azioni occulte e incoraggiare il ritiro sovietico. La nuova assistenza segreta da parte degli Usa cominciò con un aumento drammatico delle forniture di armi - una crescita stabile fino a 65.000 tonnellate all'anno nel 1987, ... così come un flusso interminabile di specialisti della Cia e del Pentagono che si recarono nella sede segreta dell'Isi sulla strada principale presso Rawalpindi, in Pakistan. Lì gli specialisti della Cia incontravano i funzionari dell'intelligence pakistana per aiutarli a progettare operazioni per i ribelli afghani". (4) 
Usando l'intelligence militare pakistana (Isi), la Cia ha giocato un ruolo chiave nell'addestramento dei mujahideen.
A sua volta, l'addestramento alla guerriglia sponsorizzato dalla Cia è stato integrato con gli insegnamenti dell'Islam:
"I temi predominanti erano che l'Islam era una ideologia socio-politica completa, che le truppe sovietiche atee stavano violando il santo Islam, e che il popolo islamico dell'Afghanistan doveva riaffermare la propria indipendenza rovesciando il sinistroide regime sostenuto da Mosca" (5). 
Per conto dello Zio Sam L'Isi pakistano è stato usato come intermediario. Il sostegno segreto della Cia alla jihad avveniva indirettamente attraverso l'Isi. La Cia cioè non faceva arrivare il suo supporto direttamente ai mujahideen. In altre parole, affinché quelle operazioni segrete avessero successo, Washington stava ben attenta a non rivelare l'obiettivo ultimo della "jihad", che consisteva nel distruggere l'Urss.
"Noi non abbiamo addestrato gli arabi" ha detto Milton Beardman, della Cia.
Tuttavia, secondo Abdel Monam Saidali, dell'Al-aram Center for Strategic Studies del Cairo, Bin Laden e gli "arabi afghani" avevano ricevuto "tipi di addestramento molto sofisticati, cosa che era stata loro consentita dalla Cia" (6).
Beardman ha confermato, a questo proposito, che Osama bin Laden non era a conoscenza del ruolo che stava giocando per conto di Washington. Secondo le parole di bin Laden (citate da Beardman): "Né io né i miei fratelli abbiamo visto qualcosa che dimostrasse l'aiuto americano" (7). 
Motivati dal nazionalismo e dal fervore religioso, i guerrieri islamici erano inconsapevoli di combattere l'esercito sovietico per conto dello Zio Sam. Vi furono contatti ai livelli più alti della gerarchia dell'intelligence, ma i leader dei ribelli islamici sul campo non ne ebbero con Washington o con la Cia. 
Con l'appoggio della Cia e l'afflusso di massicci quantitativi di aiuti militari Usa, l'Isi si era trasformata in una "struttura parallela con un enorme potere su tutti gli aspetti del governo" (8).L'Isi aveva uno staff composto da ufficiali dell'esercito e dell'intelligence, burocrati, agenti sotto copertura e informatori ed era stimata in 150.000 persone (9). 
Nel frattempo, le operazioni della Cia avevano anche rafforzato il regime militare pakistano guidato dal generale ZiaUl Haq: 
"Le relazioni tra la Cia e l'Isi erano andate rinsaldandosi dopo l'estromissione da parte del [generale] Zia di Bhutto e l'avvento del regime militare... Durante quasi tutta la guerra in Afghanistan, il Pakistan è stato più aggressivamente anti-sovietico persino degli stessi Stati uniti. Nel 1980, poco dopo che l'esercito sovietico aveva invaso l'Afghanistan, Zia spedì il capo dell'Isi a destabilizzare gli stati sovietici dell'Asia centrale. La Cia aderì a questo piano solo nell'ottobre1984... la Cia era più cauta dei pakistani. Sia il Pakistan che gli Usa adottarono la linea dell'inganno all'Afghanistan. La loro posizione pubblica era la negoziazione di un accordo mentre,in privato, decidevano che il miglior modo di procedere era l'escalation militare" (10). 

Il triangolo del Golden Crescent 
La storia del traffico di droga nell'Asia centrale è intimamente collegata alle operazioni coperte della Cia.
Prima della guerra in Afghanistan, la produzione di oppio in Afghanistan e Pakistan era diretta a piccoli mercati regionali. Non vi era produzione locale di eroina (11).
A questo proposito, lo studio di Alfred Mc Coy conferma che entro due anni dal furioso attacco dell'operazione della Cia in Afghanistan, "la zona di confine Pakistan-Afghanistan divenne il principale produttore di eroina al mondo, fornendo il 60% della domanda Usa. In Pakistan, la popolazione tossicodipendente passò da quasi zero nel 1979... a 1.200.000 persone nel 1985 - una crescita molto più rapida che in qualunque altro paese"(12): "Ancora una volta, la Cia controllava questo traffico di eroina. Mentre conquistavano territori all'interno dell'Afghanistan, i guerriglieri mujahideen ordinavano ai contadini di piantare oppio come tassa rivoluzionaria. Al di là del confine, in Pakistan, i leader afghani e i gruppi locali sotto la protezione dell'Intelligence pakistana gestivano centinaia di laboratori di eroina. Durante questo decennio di narcotraffico alla luce del giorno, l'americana Dea (Drug Enforcement Agency) a Islamabad evitò di pretendere grosse confische o arresti... I funzionari Usa avevano rifiutato di indagare su accuse di traffico di eroina da parte dei suoi alleati afghani "perché la politica sui narcotici Usa in Afghanistan è subordinata alla guerra contro l'influenza sovietica nell'area". Nel 1995 l'ex direttore dell'operazione afgana della Cia, Charles Cogan, ha ammesso che la Cia aveva effettivamente sacrificato la guerra alla droga per combattere la guerra fredda. "La nostra missione principale era arrecare il maggior danno possibile ai sovietici. Non avevamo le risorse oil tempo per dedicarci a un'indagine sul narcotraffico"... "Non penso che dobbiamo scusarci per questo. Ogni situazione ha la sua ricaduta... Sì, c'è stata una ricaduta in termini di droga. Ma l'obiettivo principale è stato realizzato. I sovietici hanno lasciato l'Afghanistan" " (13). 

NOTE 

1. Hugh Davies, International: "'Informers' point the finger atbin Laden; Washington on alert for suicide bombers", The Daily Telegraph, London, 24 agosto 1998. 
2. Cfr. Fred Halliday, "The Un-great game: the Country thatlost the Cold War, Afghanistan", New Republic, 25 marzo 1996. 
3. Ahmed Rashid, "The Taliban: Exporting Extremism", ForeignAffairs, November-December 1999. 
4. Steve Coll, Washington Post, 19 luglio 1992. 
5. Dilip Hiro, "Fallout from the Afghan Jihad", Inter PressServices, 21 novembre 1995. 
6. Weekend Sunday (NPR); Eric Weiner, Ted Clark; 16 agosto 1998. 
7. Ibid. 
8. Dipankar Banerjee; "Possible Connection of ISI With DrugIndustry", India Abroad, 2 dicembre 1994. 
9. Ibid. 
10. Cfr. Diego Cordovez e Selig Harrison, Out of Afghanistan:The Inside Story of the Soviet Withdrawal, Oxford University Press, New York, 1995, e la recensione di Cordovez and Harrisonin International Press Services, 22 agosto 1995. 
11. Alfred McCoy, "Drug fallout: the Cia's Forty Year Complicityin the Narcotics Trade". The Progressive; 1 agosto 1997. 
12. Ibid. 
13. Ibid. 

Fine parte 1 - continua.  (parte 2 segue)
Traduzione di Marina Impallomeni 
Copyright Michel Chossudovsky, Montreal, September 2001

 

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L'utile mostro "wanted" 

Chi è Osama bin Laden /2.
Una chiave per le operazioni militari e d'intelligence americane nei Balcani e nell'ex-Urss Dopo l'89.
Il fondamentalismo islamico diventa utile agli interessi strategici di Washington |nell'ex Unione sovietica
 

Michel Chossudovsky 

Finita la guerra fredda, la regione dell'Asia centrale è strategica non solo per le sue grandi riserve petrolifere. Essa produce anche tre quarti dell'oppio mondiale, che rappresentano introiti di molti miliardi di dollari per i cartelli d'affari, le istituzioni finanziarie, le agenzie di spionaggio e il crimine organizzato.
Il ricavato annuale del traffico del Golden Crescent (tra 100 e 200 miliardi di dollari) costituisce circa un terzo del mercato annuale mondiale dei narcotici, che le Nazioni unite stimano dell'ordine di 500 miliardi di dollari (1). 
Con la disintegrazione dell'Unione sovietica, nella produzione dell'oppio si è verificata una nuova ondata. Potenti cartelli d'affari nell'ex Unione sovietica alleati con il crimine organizzato sono in competizione per il controllo strategico sulle rotte dell'eroina. 
L'estesa rete di intelligence militare dell'Isi non è stata smantellata dopo la guerra fredda. La Cia ha continuato a sostenere la jihad islamica fuori del Pakistan. Nuove iniziative segrete sono state avviate in Asia centrale, nel Caucaso e nei Balcani. L'apparato militare e di intelligence del Pakistan essenzialmente "è servito come catalizzatore per la disintegrazione dell'Unione sovietica e l'emergere di sei nuove repubbliche islamiche in Asia centrale" (2). 
Nel frattempo, i missionari islamici della setta Wahhabi dell'Arabia saudita si erano stabiliti nelle repubbliche islamiche e all'interno della federazione russa invadendo le istituzioni dello Stato secolare.
Nonostante la sua ideologia anti-americana, il fondamentalismo islamico serviva largamente gli interessi strategici di Washington nell'ex-Unione sovietica. 
Successivamente al ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, la guerra civile in Afghanistan è continuata inesorabile. I Taleban erano sostenuti dai Deobandi pakistani e dal loro partito politico,lo Jamiat-ul-Ulema-e-Islam (Jui).
Nel 1993, lo Jui è entrato nella coalizione di governo della prima ministra Benazzir Bhutto. Furono istituiti legami fra Jui, esercito e Isi.
Nel 1995, con la caduta del governo Hezb-I-Islami Hektmatyar a Kabul, i Taliban hanno non solo installato un governo islamico oltranzista, ma hanno anche "consegnato il controllo dei campi di addestramento in Afghanistan a fazioni Jui..." (3). E lo Jui, con il sostegno dei movimenti sauditi Wahhabi, ha giocato un ruolo chiave nel reclutare volontari che combattessero nei Balcani e nell'ex Unione sovietica. 
Il Jane Defense Weekly conferma a questo proposito che "la metà degli uomini e dell'equipaggiamento dei Taleban proviene dal Pakistan mediante l'Isi" (4). In effetti, sembrerebbe che dopo la ritirata dei sovietici entrambe le fazioni della guerra civile afghana abbiano continuato a ricevere sostegno occulto attraverso l'Isi pakistano. (5). In altre parole, sostenuto dall'intelligence militare pakistana (Isi) che a sua volta è controllata dalla Cia, lo stato islamico Talebano è stato largamente funzionale agli interessi geopolitici americani.
Il traffico del Golden Crescent è stato anch'esso usato per finanziare ed equipaggiare l'Esercito musulmano bosniaco (a partire dai primi anni '90) e l'esercito di liberazione del Kosovo (Kla). Esistono prove che, negli ultimi mesi, i mercenari mujahideen stanno combattendo nei ranghi dei terroristi Kla-Nla in Macedonia. 
Questo spiega perché Washington ha chiuso gli occhi sul regno del terrore imposto dai Taleban, inclusi i plateali attacchi ai diritti delle donne, la chiusura delle scuole per le bambine,i licenziamenti femminili dagli impieghi pubblici e l'imposizione delle "leggi punitive della Sharia" (6). 

La guerra in Cecenia 

Per quanto riguarda la Cecenia, i principali leader ribelli Shamil Basayev e Al Khattab sono stati addestrati e indottrinati in campi sponsorizzati dalla Cia in Afghanistan e Pakistan.
SecondoYossef Bodansky, direttore della Task Force del Congresso americano sul terrorismo e la guerra non convenzionale, la guerra in Cecenia era stata pianificata durante un summit segreto di Hizb Allah International tenuto nel 1996 a Mogadiscio, in Somalia (7). Al summit hanno partecipato Osama bin Laden e funzionari di alto livello dell'intelligence iraniana e pakistana.
Sotto questo aspetto, il coinvolgimento dell'Isi pakistano in Cecenia "va molto oltre la fornitura ai ceceni di armi e expertise: l'Isi e i suoi rappresentanti fondamentalisti islamici sono coloro che in effetti comandano in questa guerra" (8). 
La principale rotta degli oleodotti della Russia transita attraverso la Cecenia e il Dagestan. Nonostante la sbrigativa condanna da parte di Washington del terrore islamico, i beneficiari indiretti della guerra in Cecenia sono i conglomerati petroliferi anglo-americani, che competono per il controllo sulle risorse petrolifere e i corridoi degli oleodotti provenienti dal bacino del Mar Caspio. 
I due principali eserciti ribelli ceceni, guidati rispettivamente dal comandante Shamil Basayev e Emir Khattab e stimati in 35.000 uomini, sono stati sostenuti dall'Isi, che ha anche giocato un ruolo chiave nell'organizzare e addestrare l'esercito ribelle ceceno: "[Nel 1994] l'Isi pakistano ha fatto in modo che Basayev e i suoi fidati luogotenenti ricevessero un intensivo indottrinamento islamico e l'addestramento alla guerriglia nella provincia Khost dell'Afghanistan presso il campo di Amir Muawia, creato all'inizio degli anni '80 dalla Cia e dall'Isie gestito dal famoso signore della guerra afghano Gulbuddin Hekmatyar. Nel luglio 1994, dopo aver completato la preparazione ad Amir Muawia, Basayev è stato trasferito al campo Markaz-i-Dawar in Pakistan per essere addestrato in tecniche avanzate di guerriglia. In Pakistan, Basayev ha incontrato i più alti ufficiali militari e di intelligence pakistani: il ministro della difesa generale Aftab Shahban Mirani, il ministro dell'interno generale Naserullah Babar, e il capo del settore dell'Isi incaricato di sostenere le cause islamiche, generale Javed Ashraf (ora tutti in pensione). I rapporti ad alto livello si sono dimostrati molto utili per Basayev" (9). 
Dopo il suo lavoro di addestramento e indottrinamento, Basayev è stato assegnato a guidare l'assalto contro le truppe federali russe nella prima guerra cecena nel 1995. La sua organizzazione aveva anche sviluppato forti collegamenti con gruppi criminali a Mosca, nonché legami con il crimine organizzato albanese e l'esercito di liberazione del Kosovo. Nel 1997-98, secondo il servizio di sicurezza federale russo (Fsb) "i signori della guerra ceceni hanno cominciato ad acquistare beni immobili in Kosovo... attraverso svariate ditte immobiliari come copertura in Jugoslavia" (10). 
L'organizzazione di Basayev è stata anche coinvolta in una quantità di attività illegali tra cui narcotici, intercettazioni illegali e sabotaggio degli oleodotti russi, rapimenti, prostituzione,commercio di dollari falsi e contrabbando di materiali nucleari (vedi "Mafia linked to Albania's collapsed pyramids" (11)). Accanto all'esteso riciclaggio di soldi della droga, gli introiti di varie attività illecite sono stati destinati al reclutamento di mercenari e all'acquisto di armi. 
Durante il suo addestramento in Afghanistan, Shamil Basayev è entrato in contatto con "Al Khattab", il comandante mujahideen veterano, nato in Arabia Saudita, che aveva combattuto come volontario in Afghanistan. Solo pochi mesi dopo il ritorno di Basayev a Grozny, Khattab è stato invitato (all'inizio del 1995) a creare una base militare in Cecenia per l'addestramento dei combattenti mujahideen. Secondo la Bbc, l'incarico di Khattab in Cecenia era stato "organizzato attraverso l'[International] Islamic Relief Organisation, un'organizzazione religiosa militante con base in Arabia Saudita finanziata da moschee e ricchi individui che hanno spedito fondi in Cecenia" (12). 

Fra la Cia e l'Fbi 
Dall'epoca della guerra fredda, Washington ha appoggiato consapevolmente Osama bin Laden, inserendolo allo stesso tempo nella lista dei "most wanted" dell'Fbi come principale terrorista al mondo. 
Mentre i mujahideen sono occupati a combattere la guerra dell'America nei Balcani e nell'ex Unione Sovietica, l'Fbi - operando come una forza di polizia con base negli Usa – sta combattendo una guerra interna contro il terrorismo, agendo per alcuni aspetti indipendentemente dalla Cia che ha, dalla guerra in Afghanistan in poi, sostenuto il terrorismo internazionale attraverso le sue operazioni segrete. 
Per una crudele ironia, mentre la jihad islamica – definita dall'amministrazione Bush come una "minaccia all'America" - viene criticata per gli attacchi terroristici sul World Trade Center e il Pentagono, queste stesse organizzazioni islamiche costituiscono uno strumento chiave delle operazioni americane militari-di intelligence nei Balcani e nella ex Unione Sovietica. 
Dopo gli attacchi terroristici a New York e Washington, la verità deve prevalere per impedire che l'amministrazione Bush, e i suoi partner della Nato, si imbarchino in una avventura militare che minaccia il futuro dell'umanità. 

NOTE 

1. Douglas Keh, "Drug Money in a changing World", Technical documentno. 4, 1998,
Vienna UNDCP, p. 4. 
2. International Press Services, 22-8-1995. 
3. Ahmed Rashid, The Taliban: Exporting Extremism, Foreign Affairs,November-December, 1999, p. 22. 
4. Citato in Christian Science Monitor, 3-9-1998 
5. Tim McGirk, "Kabul learns to live with its bearded conquerors", TheIndependent, Londra, 6-11-1996. 
6. Vedi K. Subrahmanyam, "Pakistan is Pursuing Asian Goals", IndiaAbroad, 3-11-1995. 
7. Levon Sevunts, "Who's calling the shots? Chechen conflict findsIslamic roots in Afghanistan and Pakistan", 23 The Gazette, Montreal, 26-10- 1999. 
8. Ibid 
9. Ibid. 
10. Vedi Vitaly Romanov e Viktor Yadukha, Chechen Front Moves To KosovoSegodnia, Mosca, 23-2-2000. 
11. The European, 13-2-1997. Vedi anche Itar-Tass, 4/5-1-2000. 
12. BBC, 29-9-1999 

Fine parte 2 - fine.
Traduzione di Marina Impallomeni 
Copyright Michel Chossudovsky, Montreal, September 2001
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L'AUTORE 
Michel Chossudovsky insegna economia all'Università di Ottawaed è collaboratore di Le Monde Diplomatique. Ha scritto, fra l'altro, "La Mondialisation del pauvreté" (Ecosocieté, Montreal,1998). Ha dedicato un ampio studio alle dinamiche economiche sottostanti alla frantumazione, e poi alle guerre,della ex Jugoslavia.

 

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Il terrorismo nel loro cortile

A Fort Benning, in Georgia, è aperta dal 1946 la "Scuola delle Americhe".
Lì gli Stati uniti hanno "laureato" terroristi, torturatori, dittatori latinoamericani: Salvador, Guatemala, Cile, Argentina, Perù, Colombia.
Oggi cambia nome, azzerando così i delitti pregressi

Di
GEORGE MONBIOT

"Qualunque governo, se sponsorizza fuorilegge e assassini di innocenti - ha annunciato Bush il giorno in cui ha cominciato a bombardare l'Afghanistan - diventa esso stesso fuorilegge e assassino. E prende questa strada solitaria a suo rischio e pericolo".
Mi fa piacere che abbia detto "qualunque governo", perché ce n'è uno che richiede urgentemente la sua attenzione, sebbene non sia stato ancora identificato come sponsor del terrorismo.
Da cinquantacinque anni a questa parte, esso gestisce un campo di addestramento terroristico le cui vittime superano di molto le vittime dell'attacco a New York, delle bombe alle ambasciate e delle altre atrocità attribuite, aragione o a torto, a al-Qaeda. Il campo si chiama Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc). Si trova a Fort Benning, Georgia, ed è finanziato dal governo Bush.
Fino al gennaio di quest'anno, esso si chiamava "Scuola delle Americhe", o Soa.
Dal 1946 ha addestrato oltre 60.000 poliziotti e soldati dell'America Latina.Tra i suoi "laureati" vi sono molti dei torturatori, omicidi di massa, dittatori e terroristi di stato più famosi del continente.

Come dimostrano centinaia di pagine di documentazione compilate dal gruppo di pressione Soa Watch, l'America Latina è stata fatta a pezzi dagli uomini che lo hanno frequentato.
Nel giugno di quest'anno il colonnello Byron Lima Estrada, che è stato addestrato in questa scuola, è stato condannato a Città del Guatemala per l'omicidio del vescovo Juan Gerardi avvenuto nel 1998. Gerardi fu ucciso perché aveva contribuito a redigere un rapporto sulle atrocità commesse dal D-2, l'agenzia di intelligence militare del Guatemala diretta da Lima Estrada con l'aiuto di altri due uomini usciti anche loro dal Soa. Il D-2 ha coordinato la campagna "anti-insurrezionale" che ha distrutto 448 villaggi Indio Maya e ha assassinato decine di migliaia dei loro abitanti.
Alla Scuola delle Americhe ha studiato il 40% dei ministri che hanno preso parte ai regimi genocidi di Lucas Garcia, Rios Montt e Mejia Victores.
Nel 1993 la commissione Onu per la verità sul Salvador ha dato un nome agli ufficiali dell'esercito che hanno commesso le peggiori atrocità della guerra civile. Due terzi di loro erano stati addestrati alla Scuola delle Americhe. Tra loro vi erano il capo degli squadroni della morte Roberto D'Aubuisson, gli uomini che hanno ucciso l'arcivescovo Oscar Romero, e 19 dei 26 soldati che uccisero i padri gesuiti nel 1989.
In Cile, la polizia segreta di Augusto Pinochet e i suoi tre principali campi di concentramento erano diretti da uomini addestrati alla Scuola delle Americhe. Uno di essi ha partecipato all'uccisione di Orlando Letelier e Ronni Moffit a Washington nel 1976.
I dittatori argentini Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, i panamensi Manuel Noriega e Omar Torrijos, il peruviano Juan Velasco Alvarado e l'equadoregno Guillermo Rodriguez, si sono tutti avvalsi dell'addestramento ricevuto in questa scuola.
Altrettanto hanno fatto il capo dello squadrone della morte "Grupo Colina" nel Perù di Fujimori, quattro dei cinque ufficiali che comandavano l'infame Battaglione 3-16 in Honduras (che negli anni '80 controllava gli squadroni della morte in questo paese), e il comandante responsabile del massacro di Ocosigo avvenuto in Messico nel 1994.
Tutto questo, assicurano i difensori della scuola, è storia vecchia.
Ma gli uomini addestrati alla Scuola delle Americhe sono coinvolti anche nella sporca guerra che si combatte attualmente in Colombia con il sostegno Usa. Nel 1999 il rapporto del Dipartimento di stato americano sui diritti umani cita due uomini, addestrati in questa scuola, come gli assassini del commissario di pace Alex Lopera. L'anno scorso Human Rights Watch ha rivelato che sette uomini provenienti dalla stessa scuola comandano gruppi paramilitari in quel paese e hanno commissionato rapimenti, sparizioni, omicidi, massacri. Nel febbraio di quest'anno un altro uomo addestrato alla Scuola delle Americhe è stato condannato per complicità nella tortura e nell'uccisione di trenta contadini da parte dei paramilitari in Colombia. Nella scuola attualmente arrivano più studenti dalla Colombia che da qualunque altro paese.

L'Fbi definisce il terrorismo come "atti violenti... miranti a intimidire o a coartare la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo, o a interferire nella condotta di un governo", una definizione che descrive precisamente le attività degli uomini Soa.
Ma come possiamo essere certi che il loro centro di addestramento abbia avuto una parte in tutto questo?
Bene, nel 1996 il governo Usa è stato costretto a rendere pubblici sette dei manuali di addestramento della scuola. Tra gli altri consigli per i terroristi, essi raccomandavano il ricatto, la tortura, l'esecuzione e l'arresto dei parenti dei testimoni.
L'anno scorso, grazie anche alla campagna condotta da Soa Watch, molti membri del Congresso americano hanno cercato di far chiudere la scuola. Sono stati sconfitti per dieci voti. La Camera dei Rappresentanti ha votato invece per chiuderla e poi riaprirla immediatamente, sotto un altro nome.
Perciò, proprio mentre Windscale diventava Sellafield (impianti di "ricondizionamento" di Uranio e Plutonio, in Gran Bretagna - n.d.r.) nella speranza di eludere la memoria pubblica, la Scuola delle Americhe si è lavata le mani del suo passato prendendo il nome di Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc).
Come il colonnello della scuola Mark Morgan ha spiegato al Dipartimento della difesa, subito prima del voto del Congresso: "alcuni dei vostri capi ci hanno detto di non poter sostenere una cosa chiamata 'Scuola delle Americhe'. La nostra proposta risponde a questa preoccupazione. Il nome è cambiato". Paul Coverdell, il senatore della Georgia che si era battuto per salvare la scuola, ha dichiarato ai giornali che i cambiamenti sarebbero stati "fondamentalmente cosmetici".
Ma visitate il sito web del Whisc e vedrete che la Scuola delle Americhe è stata praticamente rimossa. Anche la pagina denominata "Storia" evita di nominarla. I corsi del Whisc, ci viene detto, "coprono un ampio spettro di aree rilevanti,come la pianificazione operativa per le operazioni di pace; i soccorsi in caso di disastri; le operazioni civili-militari; la pianificazione tattica e l'esecuzione di operazioni anti-droga". Molte pagine descrivono le iniziative del centro a favore dei diritti umani. Ma, sebbene diano indicazioni su quasi l'intero programma di addestramento, non si parla di tecniche di combattimento e di commando, contro-insurrezione e interrogatorio. Né si parla del fatto che le opzioni sulla "pace" e i "diritti umani" della scuola erano offerte anche dalla Scuola delle Americhe, per tenere a bada il Congresso e preservare il budget. Ma difficilmente gli studenti sceglievano di frequentare quei corsi.

Non possiamo aspettarci che questo campo di addestramento terrorista si auto-riformi: dopo tutto, esso rifiuta persino di riconoscere il proprio passato, per non parlare della possibilità di imparare da esso.
Perciò - dato che le prove che collegano questa scuola alle atrocità che ancora avvengono in America Latina sono più schiaccianti delle prove che collegano i campi di addestramento di al-Qaeda all'attacco di New York - che cosa dobbiamo fare con i "cattivi" di Fort Benning, Georgia?
Be', possiamo chiedere ai nostri governi di esercitare la massima pressione diplomatica chiedendo l'estradizione dei comandanti della scuola, affinché siano processati per complicità in crimini contro l'umanità.
In alternativa, potremmo domandare che i nostri governi attacchino gli Stati Uniti, bombardando le loro installazioni militari, le città e gli aeroporti. Il tutto nella speranza di rovesciare il suo governo non eletto e di sostituirlo con una nuova amministrazione sotto la supervisione dell'Onu.
Nel caso che questa proposta risulti impopolare presso il popolo americano, possiamo conquistare il loro consenso lanciando pane "naan" e curry essiccato in buste di plastica con sopra stampigliata la bandiera afghana.
Obietterete che questa proposta è ridicola, e io vi do ragione. Ma, per quanto ci provi, non riesco a vedere la differenza morale tra un simile comportamento e la guerra che si sta combattendo oggi in Afghanistan.

* Scrittore e giornalista, Monbiot è editorialista del Guardian e docente universitario a Keele, East London, Oxford, Bristol.

Traduzione di Marina Impallomeni

 

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La lista nera

Come conviene a chi si considera gendarme dell'ordine mondiale, il governo degli Stati Uniti, tra le sue mansioni, assolve pure quella di stilare la lista delle organizzazioni che esso ritiene nemiche della "pace e della sicurezza", in altre parole dei gruppi terroristi che minacciano i suoi interessi mondiali. Verso questi gruppi, a seconda della loro pericolosità, Washington ha deciso di porre in essere una serie di misure di contrasto, non solo dentro la frontiere degli USA, ma a scala planetaria. Nell'ottobre del 1997, la lista delle organizzazioni terroriste (F.T.O , Foreign Terrorist Organizations) approvata dall'ex Segretario di Stato Madeleine K. Albright, si componeva di 27 sigle. Questa lista è stata riaggiornata il 5 dicembre scorso e approvata da Colin Powell.
Colpisce l'estensione del bando a una serie di movimenti islamici che coprono un'area geografica che va dalle Filippine al Marocco. Abbiamo sottolineato in grassetto le organizzazioni riconducibili ad origini di sinistra, o il cui antimperialismo si basa su tradizioni politiche rivoluzionarie.

1. Abu Nidal Organization (ANO)
2. Abu Sayyaf Group
3. Armed Islamic Group (GIA) - Algeria
4. Aum Shinrikyo
5. Patria Basca e Liberta' (ETA) - Paesi baschi
6. Gama'a al-Islamiyya (Islamic Group)
7. HAMAS (Islamic Resistance Movement) - Palestina
8. Harakat ul-Mujahidin (HUM)
9. Hizballah (Party of God) - Libano
10. Islamic Movement of Uzbekistan (IMU)
11. al-Jihad (Egyptian Islamic Jihad) - Egitto
12. Kahane Chai (Kach)
13. Kurdistan Workers' Party (PKK) - Kurdistan
14. Liberation Tigers of Tamil Eelam (LTTE) - Sri Lanka
15. Mujahedin-e Khalq Organization (MEK)
16. National Liberation Army (ELN) - Colombia
17. Palestinian Islamic Jihad (PIJ) - Palestina
18. Palestine Liberation Front (PLF) - Palestina
19. Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP) - Palestina
20. PFLP-General Command (PFLP-GC) - Palestina
21. Al-Qa'ida
22. Real IRA - Irlanda
23. Revolutionary Armed Forces of Colombia (FARC) - Colombia
24. Revolutionary Nuclei (formerly ELA)
25. Revolutionary Organization 17 November - Grecia
26. Revolutionary People's Liberation Army/Front (DHKP/C) - Turchia
27. Sendero Luminoso - Shining Path (SL) - Peru'
28. United Self-Defense Forces of Colombia (AUC)

Organizzazioni aggiunte il 5 dicembre 2001

29. Al-Ittihad al-Islami (AIAI)
30. Al-Wafa al-Igatha al-Islamia
31. Asbat al-Ansar
32. Darkazanli Company
33. Salafist Group for Call and Combat (GSPC)
34. Islamic Army of Aden
35. Libyan Islamic Fighting Group
36. Makhtab al-Khidmat
37. Al-Hamati Sweets Bakeries
38. Al-Nur Honey Center
39. Al-Rashid Trust
40. Al-Shifa Honey Press for Industry and Commerce
41. Jaysh-e-Mohammed
42. Jamiat al-Taâawun al-Islamiyya
43. Alex Boncayao Brigade (ABB)
44. Army for the Liberation of Rwanda (ALIR)
45. Interahamwe, Former Armed Forces (EX-FAR)
46. Grupo de Resistencia Anti-Fascista Premero de Octubre (GRAPO) - Spagna
47. Lashkar-e-Tayyiba (LT)
48. Army of the Righteous Continuity Irish Republican Army (CIRA) - Irlanda
49. Continuity Army Council
50. Orange Volunteers (OV) - Irlanda
51. Red Hand Defenders (RHD)
52. New Peoples Army (NPA) - Filippine
53. People Against Gangsterism and Drugs (PAGAD)
54. Revolutionary United Front (RUF)
55. Al-Maâunah
56. Jayshullah
57. Black Star
58. Anarchist Faction for Overthrow
59. Brigate Rosse (BR-PCC) - Italia
60. Nuclei Proletari Rivoluzionari (NIPR) - Italia
61. Hizballah - Turchia
62. Jerusalem Warriors
63. Islamic Renewal and Reform Organization
64. The Pentagon Gang
65. Japanese Red Army (JRA) - Giappone
66. Jamiat ul-Mujahideen (JUM)
67. Harakat ul Jihad i Islami (HUJI)
68. The Allied Democratic Forces (ADF)
69. The Lord's Resistance Army (LRA)

 

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Dichiarazione del
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

In data 3 novembre 2001, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina scrive:

traduzione:

Di fronte alla delibera degli USA di includere il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, assieme al Movimento Islamico di Resistenza HAMAS, il Movimento Islamico JIHAD in Palestina, nonché l'organizzazione Hizbollah nel Libano nella lista delle organizzazioni terroriste, per poterlo trattare alla stregua dell'organizzazione Qa'idah (in Afghanistan, organizzazione di Ibn Laden: nota del traduttore), il Fronte per la Liberazione della Palestina dichiara che le organizzazioni colpite dalla delibera menzionata sono organizzazioni per la liberazione nazionale.
Si tratta infatti di organizzazioni di resistenza all'occupazione e, quindi, non di organizzazioni terroriste.
Sia il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina che HAMAS, JIHAD e Hizbollah sono organizzazioni di resistenza ad un occupazione militare, coloniale e razzista.

Il vero terrorismo, invece, è costituito dagli atti del governo Sharon il quale, fedele alla politica condotta dai precedenti governi sionisti, occupa territori altrui, demolisce case altrui ed espropria terreni altrui, per costruirvi insediamenti per coloni ed espellere la popolazione indigena disperdendola verso differenti paesi. Il supporto politico dato a tali attività è esso stesso terrorismo.

Il popolo palestinese è il popolo più oppresso della storia, il suo paese essendo l'ultimo territorio coloniale della storia.
Tutte le norme del Diritto Internazionale permettono al popolo palestinese di intraprendere ogni forma di lotta per liberarsi dall'occupazione e per ottenere la sua indipendenza nazionale.
Tutto ciò è stato confermato dalle ripetute Risoluzioni delle Nazioni Unite, la cui esecuzione continua ad essere ostacolata dagli Stati Uniti d'America così, come dall'Entità sionista.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina è un'organizzazione fondamentale della stessa OLP, l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che gode del riconoscimento delle Nazioni Unite e, di conseguenza, della maggior parte dei Paesi del mondo, sicché la sua lotta per l'indipendenza nazionale gode della legalità sancita da tale riconoscimento.

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina condanna le parole del rappresentante del Dipartimento si Stato USA David Satterfield, le quali descrivono l'Intifada Palestinese come un "terrorismo studiato". Questa dichiarazione da parte degli USA denuncia un allineamento assoluto all'Entità sionista e rispecchia la realtà della politica USA, che è del tutto ostile nei confronti della causa del popolo palestinese, nonostante gli USA si sforzino di mascherare la loro ostilità con delle promesse che a tanta opinione pubblica potrebbero apparire sincere.

L'Intifada del popolo palestinese è la resistenza di un popolo intero contro l'occupazione e la colonizzazione.
L'Intifada del popolo palestinese è la lotta di un popolo intero per l'autodeterminazione e la costituzione di uno Stato palestinese indipendente sul suo suolo nazionale, per il ritorno dei palestinesi dispersi nella loro patria, in adempimento a quanto sancisce il Diritto Internazionale.


Ramallah, 3 novembre 2001

 

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Spunto di un rappresentante del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina residente in Libano

Cari compagni,

Vi saluto tutti e Vi ringrazio per questa iniziativa e per averci dato l’occasione di far sentire la nostra voce, in modo che possa dare un contributo al vostro dibattito con la speranza di poter ascoltare anche il Vostro punto di vista su quest’ultimo.
Cercherò di illustrare la realtà palestinese, trattando l’anima, il nocciolo delle questioni; partendo dalle cause per arrivare ai risultati.
L’Intifada palestinese e’ la cima di un conflitto continuo ed aperto e da questa importanza della natura dell’Intifada, dobbiamo visionarne l’organizzazione intellettuale all’interno del processo storico e la sua missione come risultato e lezione.

I Punto : L’Intifada e’ un movimento di azione o reazione ?

Mostrare l’Intifada solo come rabbia popolare significa minimizzarla e toglierla dal contesto di conflitto storico sulla terra della Palestina, dal processo storico di lotta nazionale, panaraba ed umana.. Essa è un conflitto storico tra il progetto progressista panarabo e il progetto imperialista sionista e non una rivolta causata da iniziative tipo la camminata di Sharon alla spianata di Al Aqsa.
I motivi del conflitto sono molto piu’ profondi di quanto non possa sembrare ad una prima lettura superficiale. Non potendo annullare la legge di accumulo delle contraddizioni, l’Intifada si presenta come il riflesso di tale ‘legge’, pertanto non si può vederla solo come reazione alle semplici provocazioni.
In realtà l’Intifada e’ un’azione rivoluzionaria, e’ parte integrante di un movimento complessivo che tocca tutta la gamma di conflitto nel tempo e nello spazio e conferma alla coscienza collettiva palestinese la realtà che il nemico cerca di affermare, riorganizzando il proprio progetto regionale con l’adeguamento al nuovo ordine mondiale, la propria volontà di mettere mano sulle ricchezze e sulla libertà stessa della nazione araba e del popolo palestinese.

II Punto : L’Intifada e’ una manifestazione di disperazione senza confine o speranza senza confine ?

L’Intifada ha rappresentato un momento cruciale, a livello palestinese e arabo, riportando il conflitto al punto di partenza. Oggi i dirigenti israeliani dicono "…pensavamo di aver chiuso, con gli accordi di Oslo, il fascicolo dell’ indipendenza di Israele; invece ci troviamo di fronte alla guerra di liberazione della Palestina …".
Oggi si può parlare del fallimento del tentativo di piegare il popolo arabo tramite accordi o negoziati che hanno l’obiettivo di abbassare la soglia di resistenza e diffondere la disperazione con l’intento di far progredire il progetto sionista.
I valori radicati nel popolo palestinese e arabo hanno potuto ribaltare la situazione e fondare una cultura di volontà, di generosità e di giustizia.

III Punto : L’Intifada e’ una rivoluzione immigrata o una rivoluzione residente ?

Questa Intifada e’ una continuazione della Intifada dell’87.
Questo vuol dire che nell’inconscio popolare l’Intifada non e’ mai finita e nessuno si e’ piegato ai dettami imperialistici globalizzanti.
Nella prima Intifada e’ stato colpito il concetto del popolo che si può sradicare e quello della rivoluzione che si può estraniare, confermando che la rivoluzione e’ fatta di popolo che vive sulla propria terra e può morire difendendola creando un proprio movimento politico, fondando un’azione politica che partorisce la sua nuova Intifada, i suoi combattenti ed i suoi dirigenti.
Ed al contrario dell’onda globalizzante che vuol sciogliere I confini del profitto e dell’autodeterminazione, il popolo palestinese vuole che questi confini ci siano e siano ben saldi, incluso il confine di un suo stato producendo una conflittualità fondamentale con l’occupante, senza trascurare le proprie contraddizioni interne.

IV Punto : L’Intifada e’ una difesa distruttiva o una difesa costruttiva?

La difesa, la resistenza, sono stati gli anticorpi che hanno impedito al progetto sionista di realizzarsi durante il secolo passato. Un secolo in cui la resistenza palestinese era una vittima debole, come la vuole il nemico, a differenza di oggi che abbiamo una resistenza globale, che sta in piedi ed e’ riuscita a rendere l’occupazione troppo costosa economicamente, politicamente, moralmente e militarmente.
Si e’ creato, per certi versi, un equilibrio del terrore: da una parte carri armati, missili, aerei da guerra; dall’altra parte azioni di guerriglia nel cuore della sicurezza sionista ed azioni Kamikaze.
Da una parte l’assassinio dei leader politici palestinesi e dall’altra l’eliminazione di dirigenti sionisti di primo piano come il ministro sio-nazista Zevi.
Cio’ implica la possibilità di rompere la forza sionista.

V Punto : La fine del conflitto o una nuova rinascita ?

Pensando a ciò che abbiamo appena detto si apre nell’ orizzonte storico un progetto progressista che nega fortemente "la fine della storia" e afferma un insieme di valori: la forza della giustizia, la forza della volontà, l’azione resistente, il pensiero collettivo, la forza della speranza ed il movimento d’azione …
Sono tutti valori che hanno realmente impedito la penetrazione del progetto sionista imperialista globalizzato nel mondo arabo.
Tutti i tentativi imperialistici di sottomettere la regione araba e creare un Medio Oriente alternativo, sono falliti, e si vede all’orizzonte la formazione di un controprogetto che e’ iniziato con l’Intifada; Intifada che attraverserà i confini e provocherà nella massa popolare araba un’ondata di antimperialismo, che seppellirà per sempre l’opzione di pacificazione, aprendo nuovi orizzonti verso la lotta e la liberazione.
Il boicottaggio politico ed economico verso Israele non può essere disgiunto dal mettere a repentaglio per mezzo di un’Intifada popolare araba tutti gli interessi americani.
E’ una fase di nuova rinascita in cui l’Intifada e’ il primo obiettivo da eliminare a livello mondiale.

Punto VI : Bisogna stare attenti alla capitolazione dell’Intifada.

La continuità dell’Intifada ha mostrato il vero volto del sistema imperialista e la sua sacca sionista, dimostrando che questo sistema non deve piu’ parlare di diritti umani e di pace, democrazia, giustizia, perché in Medio Oriente la politica imperialista e’ rimasta tale sia nel processo di pacificazione che nelle aggressioni, ed in primo luogo gli Stati Uniti d’America difendono tenacemente il razzismo, la criminalità e il terrorismo dello stato sionista.
Dopo l’11 Settembre continuano la loro aggressione contro l’Afghanistan ed il suo popolo (mantenendo sempre un occhio vigile sull’Intifada) con il pretesto di volere la testa di Bin Laden e camuffando il fatto che la vera testa che vogliono e’ la ricchezza e la libertà dei popoli.
La prima testa richiesta dagli USA e’ l’Intifada e tutto ciò che rappresenta di pericoloso per i suoi interessi.
Gli USA oggi cercano di ingannare il popolo palestinese con la promessa di uno stato, mentre inseriscono tutte le nostre organizzazioni politiche nel loro elenco di organizzazioni terroriste, e considerano l’Intifada un terrorismo studiato, dando man forte a Sharon nel portare avanti la sua aggressione contro la gloriosa resistenza.
Questa isteria americana pretende di trasformare gli Stati in posti di blocco di polizia guidati dall’FBI per inseguire i "terroristi", minacciando Stati che appoggiano la resistenza e che hanno addirittura dei territori occupati, come la Siria ed il Libano.

Punto VII : Verso una politica pratica ed adeguata.

Siamo in un mondo di giungla, questo mondo della globalizzazione imperialista ci porterà anni luce indietro, e bisogna affermare l’altro polo nell’equazione con una politica pratica. Considerare l’occupazione e la guerra come la massima forma di terrorismo.
Quello che rappresenta l’occupazione sionista, di razzismo, di pratica fascista, di pulizia etnica, di isolamento ed assassinio ed aggressioni verso l’uomo, la terra, le piante - nega totalmente la possibilità dell’esistenza di una guerra pulita o di una occupazione democratica e civile o di una occupazione legittima.
Quindi le occupazioni sono occupazioni in quanto tali, e la resistenza, con ogni mezzo possibile, e’ una legittima difesa.
Formare un movimento popolare internazionale che smascheri la faccia reale della guerra imperialista e l’occupazione sionista, distinguendo fra la resistenza ed il terrorismo, facendo un congresso mondiale popolare e di movimenti e partiti non governativi che si faccia portatore del caso.
Continuare a lottare contro il sionismo ed i suoi protettori come fenomeno razzista, e condannare la criminalità sionista e imperialista.
Chiedere la protezione popolare internazionale del popolo palestinese e sostenere i palestinesi che lottano per affermare la loro autodeterminazione, il ritorno dei profughi deportati da mezzo secolo ed il ritiro israeliano da parte del Sud del Libano (le fattorie di Shaba) e dal Golan siriano.

Guardiamo al Vostro incontro come ad un primo mattone verso la creazione di un ambiente popolare che si globalizzi nella solidarietà, per la pace e la libertà, in questo modo riusciremo a conservare un certo equilibrio che metta fine alle aggressioni imperialiste ed al loro braccio armato NATO.

Vi promettiamo che saremo fedeli alla lotta condotta in modo attivo con i suoi contenuti internazionalisti.

F.P.L.P. Maruan 11/11/01

 

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Considerazioni

Come abbiamo potuto osservare sono considerate terroriste molte organizzazioni di veri e propri partigiani – come, ma non solo, nel caso dei palestinesi – e ciò sta a dimostrare che la lista dei "cattivi" viene fatta all’occorrenza dagli Usa per criminalizzare e combattere chi si pone di mezzo ai suoi interessi.
Un cinico trasformismo quindi porta gli Usa e l’Occidente a considerare cattivi gli alleati che un tempo sono serviti alle mire imperialiste ed oggi non servono più, come nel caso dei Talebani; una cinica mistificazione porta a considerare terroristi coloro che legittimamente si difendono dalla vera violenza terrorista di chi vuole distruggere e sfruttare interi territori e popolazioni per i suoi biechi fini di profitto.
Ogni scusa è buona per combattere chi si pone, nel bene e nel male, contro le mire della strategia imperialista… anche un fantomatico Bin Laden fornito di armamento nucleare!!!

 

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Bin Laden ha il nucleare?

di Massimo Zucchetti

Cari compagni, oltre che un membro del Comitato Scienziate e Scienziati contro la guerra, sono un ingegnere nucleare, insegno all'università e mi capita di occuparmi di questioni che hanno a che fare con la sicurezza nucleare e la chiusura degli impianti nucleari italiani per lavoro.
Voglio fare un brevissimo intervento sulla questione di Bin Laden e dell'atomica.
- E' impossibile che una organizzazione di qualunque genere - che non sia uno stato - possa "fabbricare" un ordigno nucleare acquistando pezzi qua e là al mercato nero. La tecnologia nucleare non permette di fare questo.
- Gli stati che possono farlo, poi, si contano sulle dita di una mano. L'Afghanistan e qualunque altro "stato canaglia" (secondo la definizione delirante di Bush) non sono in grado di farlo.
Sono cinquantacinque anni che assistiamo a queste ridicole notizie sull'atomica che si compra al mercato nero.
Non è vero, non è mai successo, non potrà mai succedere con le attuali condizioni al contorno.
Diverso - e possibile - è il caso di confezionare una "dirty bomb", cioè porre del materiale radioattivo in una bomba convenzionale - per esempio al TNT: l'esplosione convenzionale del tritolo - ad esempio - allora spargerebbe in giro il materiale radioattivo. Ma in questo caso l'uranio è il meno indicato, data la sua bassa radioattività specifica e la sua pericolosità relativamente bassa.
Molto "meglio" sarebbe usare del materiale radioattivo come il Cobalto60, il Cesio137, lo Stronzio90, e gli altri materiali radioattivi che si usano per esempio in medicina e a scopo industriale.
Per fare questo non è il caso di fare tanti traffici con barre di uranio, basta ad esempio rubare - se ci si riesce e si sopravvive - una apparecchiatura di cobaltoterapia da un ospedale.
Quindi, le notizie che circolano in questi giorni, dall'allarme dato dal signor Bush alle notizie odierne sulle barre di uranio - fanno solo ridere e piangere allo stesso tempo. Sono delle semplici montature allarmistiche che fanno leva sulla grande sensibilità del pubblico verso le questioni che hanno a che fare con la radioattività e il nucleare.
Si sfrutta l'ignoranza e la disinformazione della gente per generare panico e per giustificare l'inasprimento della guerra e qualunque cosa il vero stato-canaglia (gli USA e i loro alleati) decideranno di fare nei prossimi giorni. Aspettiamoci di tutto.

Saluti a tutti

Massimo Zucchetti

 

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Chi sono questi " COMBATTENTI DELLA LIBERTA' "?

Omar Minniti

La grande stampa di regime, americana ma anche europea, sta dispiegando tutte le sue forze per favorire, sul piano propagandistico l’avanzata dell’Alleanza del Nord e la costituzione, a Kabul, di un governo di unità nazionale sotto la guida spirituale dell’ex re Zahir Shah. Un governo che dovrebbe avere come braccio armato proprio le milizie mujaheddin del defunto Massud, che oggi vedono come figure di spicco Ismail Kahn e il generale uzbeko Abdul Rashid Dostun.
Messi in secondo piano gli effetti devastanti delle bombe intelligenti angloamericane (anche questa volta all’uranio impoverito), abbattutesi sugli obiettivi strategici di turno (leggasi scuole, ospedali, case, mosche, depositi di viveri), la macchina mediatica - applicando alla lettera gli ordini della Cia e dei vari uffici stampa governativi- si sta mobilitando per fornire quel minimo di legittimità necessaria all’Alleanza del Nord per permettere ai probabili futuri padroni dell’Afghanistan, sempre che tutto proceda secondo le previsioni di Bush, Blair e Clark, di governare con il sostegno della comunità internazionale.
I mujaheddin vengono fatti passare, come ai tempi della lotta contro i sovietici, per combattenti della libertà, per veri patrioti afghani, per partigiani devoti alla santa crociata dell’antiterrorismo e dell’antifondamentalismo.
E così, anche i nostri telegiornali  riversano nelle case di tutti gli italiani le immagini dei vari inviati d’assalto, spediti nelle roccaforti dell’Alleanza del Nord per documentare la gloriosa marcia verso Kabul: barbuti leader, con il loro inseparabile copricapo di feltro, che contano le ultime ore restate ai nemici Talebani; bambini sorridenti con il kalashnikow in pugno; rifugiati che raccontano i soprusi subiti da parte degli "studenti di teologia".

Senza dubbio, un bel quadretto di famiglia, ma qualcosa non quadra.
Il primo dubbio che sorge è: ma dove sono le donne?
Lasciamo stare le prime linee del conflitto, riservate esclusivamente al virile arditismo degli uomini, ma nelle retrovie, nei territori "liberati" da Kahn e Dostun, dove sono le principali vittime dell’oscurantismo talebano?
Non sarebbe giornalisticamente corretto documentare, anche in chiave propagandistica, la rinascita di quei tanto decantati diritti umani sotto la nuova gestione afghana (afghana si fa per dire, visto che i gruppi ribelli in larga parte rappresentano alcune delle minoranze etniche presenti nel paese), a partire dalla liberazione dalla schiavitù del burka?
Per loro sfortuna, i nostri impavidi cronisti non hanno potuto immortalare nulla di simile: nelle zone sottoposte al controllo dell’Alleanza del Nord, a quanto pare il 50% della superficie dell’Afghanistan, è praticamente impossibile incontrare le donne nelle strade, scambiare con loro quattro chiacchiere, riprenderle a volto scoperto, vederle tornare alla "normalità", come ai tempi del regime laico e progressista che governava Kabul, prima dell’avvento degli islamisti pagati da Washington.
Si sono ritirati i soldati del mullah Omar e di bin Laden, ma tutto resta immutato, perché anche i nuovi "liberatori" hanno idee ben chiare circa i futuri assetti della società afghana e il ruolo delle donne, dettate dalla cieca osservanza della Sharia e da un integralismo religioso non meno oscurantista rispetto a quello dei Talebani.

Chi sono veramente i nuovi partigiani della lotta contro la minaccia terrorista e i fondamentalisti?
Si potrebbe rispondere citando i comunicati ufficiali della RAWA, una delle organizzazioni che si batte per emancipazione della donna afghana, che considera i "Jehadi" (come è definita l’Alleanza del Nord) per niente dissimili ai Talebani, accomunati tra << i più infidi, i più criminali, i più antidemocratici e misogini partiti integralisti islamici >> (nota stampa del 14 settembre 2001).
Ma la risposta ce la forniscono gli stessi media, quando riescono a trovare un barlume di lucidità e di "imparzialità".
Andiamoci a leggere "La Repubblica" di oggi, prendendo come oggetto la scheda biografica pubblicata a pagina 18 e senza alcuna firma sul generale Dostum. Il titolo è già tutto un programma: "Ufficiale e trafficante, la vera storia di Dostum". Possiamo così apprendere che il "generale d’acciaio" << nel corso degli anni ha abbracciato diverse posizioni e un'ombra è sempre rimasta sulla provenienza dei finanziamenti con cui mantiene il suo esercito: il traffico di stupefacenti, l’industria da sempre più fiorente in Afghanistan >>. Per non parlare, poi, dei  "meriti" conquistati sul campo: << Amnesty International lo ha accusato di gravi atrocità nei confronti della popolazione civile e della violenza sulle donne, perpetrata dalle sue truppe tristemente note per la loro ferocia >>.
Ancora più chiaro l'articolo pubblicato dal "Corriere della Sera" lo scorso 2 ottobre, circa la figura di Ismail Kahn, ‘‘ultimo leone afghano sfuggito alle prigioni del mullah Omar". Nel reportage firmato da Andrea Nicastro si descrive Kahn come << l’Innominato manzoniano, un signorotto con al servizio tanti Don Rodrigo, ognuno dei quali ha il suo esercito privato di "bravi" che, invece degli schioppi, hanno i carriarmati rubati ai sovietici>>. Da dove trae origine la fama che si è conquistato questo nuovo-vecchio ascaro degli stati maggiori USA? Ai tempi della rivolta contro il governo di Najibullah, il nostro prode << collaudò i suoi denti da leone facendo a pezzi cento consiglieri sovietici presenti in città. Tanto per fare capire al mondo con chi aveva a che fare, Ismail Kahn fece portare per le strade della città le teste dei sovietici infilzate in cima ai bastoni >>. Non c’è che dire, un sincero democratico!

Trafficanti internazionali di droga, barbari tagliatori di gole, integralisti non meno pericolosi dei capri espiatori Talebani: questi sono i personaggi a cui il civile Occidente si appresta a consegnare i destini dell’Afghanistan.
Aggiungiamoci gli interessi strategici della famiglia Bush e della lobby americana del petrolio, in corsa per accaparrarsi uno degli oleodotti più importanti di quell’area, e la palese campagna di accerchiamento ai danni della Cina e delle ex Repubbliche sovietiche (in primis la Russia).
Ecco svelate le ragioni per cui andranno a combattere, e forse a morire, anche i soldati italiani chiamati all’appello da Berlusconi, Fini, Rutelli e Fassino.

Omar Minniti

Reggio Calabria

 

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New York, 13 novembre 2001

Discorso pronunciato dall'ecc.mo sig. Felipe Pérez Roque,
ministro degli affari esteri della repubblica di Cuba durante il dibattito generale
del 560 periodo di sessioni dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Signor Presidente,
Prima di pronunciare il mio discorso, voglio esprimere, a nome di Cuba, le più sentite condoglianze ai familiari delle vittime, agli Stati Uniti, alla Repubblica Dominicana e agli altri paesi qui rappresentati che hanno perso dei cittadini tra i numerosi passeggeri e membri dell'equipaggio del volo 587 della compagnia American Airlines, morti nella tragedia di ieri.
Signor Presidente:
Bisogna fermare la guerra in Afganistan. Il governo degli Stati Uniti deve riconoscere che si è sbagliato, e deve fermare la sua inefficace e ingiustificata campagna di bombardamenti contro questo popolo. Per i risultati, questa guerra sembra aver scelto come nemici i bambini, la popolazione civile, gli ospedali e le installazioni della Croce Rossa Internazionale. Per i metodi usati, non ci sarebbe voce onesta in questa sala che si alzi per difendere una carneficina interminabile, fatta con l'armamento più sofisticato, di un popolo spogliato di tutto, affamato e indifeso. Per i suoi dubbiosi propositi, questa guerra non potrà mai essere giustificata dal punto di vista dell'etica e del diritto internazionale. Un giorno i responsabili saranno giudicati dalla storia.
Sin dall'inizio Cuba si è opposta a questa guerra come metodo assurdo ed inefficace per sradicare il terrorismo, e ripete che essa potrà soltanto portare odio assieme ai pericoli crescenti di nuove azioni di tale genere. Nessuno ha il diritto di continuare ad assassinare bambini, aggravando la crisi umanitaria, portando alla miseria ed alla morte milioni di rifugiati. Se gli Stati Uniti dovessero ottenere una vittoria militare liquidando ogni resistenza regolare ed irregolare afgana, una cosa per niente facile nella pratica e straordinariamente costosa nell'ordine morale, poiché implicherebbe un vero genocidio senza raggiungere l'obiettivo che dobbiamo cercare, ed il mondo sarebbe più lontano che mai dal raggiungere la pace, la sicurezza e lo sradicamento del terrorismo.
La parola di Cuba non si fonda su un sentimento di rancore contro chi è stato il nostro avversario incarnato per più di 40 anni. S'ispira a un sincero spirito costruttivo e a sentimenti di rispetto e amicizia nei confronti del popolo degli Stati Uniti che ha sofferto l'ingiustificabile e atroce atto terroristico. Si basa, inoltre, nell'aspirazione di pace e giustizia per tutti i popoli del mondo.
Ciò che Cuba esprime in questa sala con tutta franchezza potrà oggi non piacere a coloro che oggi dirigono gli Stati Uniti, però sarà capito un giorno dal popolo nordamericano, della cui nobiltà e sentimento di giustizia il popolo cubano ebbe prove, quando contò sull'appoggio dell'80% dell'opinione pubblica di questo paese, nella nostra lotta per impedire che un bambino sequestrato fosse strappato alla sua famiglia e sottoposto a grossolane manipolazioni politiche e a crudeli torture psicologiche.
Ciò che Cuba dice da questa tribuna, lo sappiamo bene, è ciò che molti commentano nei corridoi di questo edificio. Di che coalizione si parla? Che sostiene la sua legittimità, se ha cominciato ignorando scandalosamente l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite? Gli Stati Uniti non hanno cercato la collaborazione internazionale; bensì hanno imposto, in modo unilaterale, la loro guerra ed hanno proclamato insolentemente che chi non è con loro è con il terrorismo. Fino a quando durerà il precario appoggio ottenuto non dalla comunione di obiettivi e dalla concertazione volontaria, bensì dall'imposizione mediante la minaccia e le pressioni?
Si può essere il più forte, però non necessariamente avere ragione. Si può incutere timore, però non simpatia e rispetto. Soltanto da un'autentica collaborazione internazionale, a cui possano partecipare tutti i paesi, grandi e piccoli, con piena comprensione della posizione di tutti, con ampiezza di spirito e di tolleranza nei metodi, nell'ambito dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e del rispetto assoluto dei principi proclamati nella sua Carta, potrà nascere un'alleanza realmente efficace e durevole per lottare contro il terrorismo.
Il mondo ha ricevuto con sorpresa l'annuncio ufficiale degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza che si riservava il diritto di decidere di attaccare nel futuro altri paesi. Dopo ciò, che cosa resta della Carta delle Nazioni Unite? Si può forse capire questa minaccia senza precedenti come un esercizio del diritto alla legittima difesa, stipulato nella Carta come diritto di uno Stato per affrontare l'aggressione fino a che il Consiglio prenda le misure necessarie, e non come un infame pretesto per scatenare aggressioni contro altri paesi? E' o non è questo annuncio la proclamazione del diritto di una superpotenza a passare sopra le già deboli ed incomplete norme che proteggono la sovranità, la sicurezza e i diritti dei popoli?
Cuba rifiuta serenamente e fermamente questo linguaggio. Non diciamo questo precisamente preoccupati per la nostra sicurezza, poiché non esiste forza al mondo capace di schiacciare il nostro spirito di indipendenza, di libertà, di giustizia sociale e il coraggio di difenderlo a qualunque prezzo. Lo diciamo perché siamo convinti che è ancora possibile fermare l'escalation di una guerra inutile e brutale che minaccia di far sprofondare ancora di più nella disperazione, nell'insicurezza e nella morte i popoli poveri del pianeta, che non sono colpevoli di nessun atto terroristico, però saranno - e lo sono già - vittime principali di questa insensatezza.
Soltanto sotto la leadership delle Nazioni Unite potremo sconfiggere il terrorismo. Il cammino per fare questo è la cooperazione e non la guerra. La coordinazione di azioni e non l'imposizione è il metodo. Sradicare il terrorismo, sconfiggendo tra l'altro le sue cause, dev'essere uno dei nostri obiettivi, e non quello dell'affermazione egemonica del potere di una superpotenza, rendendoci complici della sua arroganza e arbitrarietà.
Perciò Cuba, che ha già risposto all'appello del Segretario Generale esprimendo la sua decisione di ratificare immediatamente tutti gli strumenti giuridici internazionali in materia di terrorismo, appoggia decisamente l'adozione di una convenzione generale sul terrorismo internazionale. Ovviamente, questo solo sarebbe possibile nell'ambito di questa Assemblea Generale, ignorata adesso dai promotori della nuova campagna, dove, tuttavia, sono state approvate negli ultimi dieci anni, di fronte al silenzio e all'apatia del Consiglio di Sicurezza, le principali risoluzioni e dichiarazioni in favore dello sviluppo di una lotta frontale contro il terrorismo.
Questo ci permetterà finalmente di precisare con esattezza la definizione di terrorismo. Bisogna impedire che pochi interessati cerchino di qualificare come tale il diritto dei popoli di lottare per la loro autodeterminazione o contro l'aggressione straniera. Bisogna stabilire con chiarezza che l'appoggio, l'incitamento, il finanziamento o l'occultamento di azioni terroristiche da parte di uno Stato è anch'esso un atto di terrorismo.
Cuba, che sta lavorando per dotarsi, in breve tempo, di una propria Legge contro il Terrorismo, appoggia senza riserve la convocazione di una conferenza internazionale sul terrorismo, sotto l'egida delle Nazioni Unite. Questa è stata una vecchia aspirazione del Movimento dei Paesi Non Allineati, e dovrà permetterci di trovare, come frutto di discussione aperta, dell'azione collettiva, della concertazione rispettosa e non discriminatoria, e non della minaccia, del terrore e della forza, il cammino per lo sradicamento definitivo del terrorismo e delle sue cause; non soltanto del terrorismo commesso contro gli Stati Uniti, ma anche di quello commesso contro qualunque altro paese, persino dal territorio degli Stati Uniti o con la tolleranza o la complicità delle loro autorità, com'è stata la dolorosa esperienza di Cuba per più di quattro decenni.

Signor Presidente,
Solo 4 giorni fa gli organi della la stampa pakistana pubblicarono le dichiarazioni, attribuite ad un personaggio molto popolare e molto conosciuto negli Stati Uniti, in cui, dal territorio afgano, dichiara di possedere armi chimiche e nucleari e minaccia di utilizzarle contro gli Stati Uniti nel caso in cui armi simili vengano lanciate contro l'Afganistan.
Tutto il monda sa che in Afganistan non esiste la benché minima possibilità di produrre e lanciare armi nucleari e chimiche. Unicamente si può concepire l'idea che un capo o un'organizzazione terrorista possa avere in mente di realizzare un'azione di questo tipo con armi nucleari o chimiche. In teoria questo è possibile e una delle conseguenze dell'irresponsabilità di importanti potenze nucleari sono il commercio di armi, la corruzione ed il travaso illecito di ogni tipo di tecnologia militare. Varie di queste potenze sono state complici ed hanno partecipato, per i propri interessi, nel travaso di materiale fissile e del trasferimento di tecnologie nucleari; però sarebbe ridicolo ricorrere a minacce di questo tipo nelle attuali condizioni della guerra in Afganistan. E chi dovesse farlo dimostra un'enorme ignoranza politica e militare. Se non si è in possesso di tali mezzi, questo risulterebbe essere un pericoloso bluff, e se non si fosse in possesso di esso, sarebbe una vera pazzia minacciare di usarlo. Se tali minacce, contenute nella dichiarazione pubblicata in due giornali pakistani, fossero certe meritano la più energica condanna, anche nel caso che tali armi venissero utilizzate contro l'Afganistan. Tale reazione sarebbe stupida, perché in questo caso l'unica risorsa di questo povero e sofferente paese sarebbe il rifiuto universale contro l'impiego delle suddette armi.
Minacce di questo tipo sono utili soltanto agli interessi estremisti e guerrafondai degli Stati Uniti, partitari dell'impiego delle armi più sofisticate e di sterminio di massa contro il popolo afgano. L'arma migliore che ha un popolo aggredito, è quella di conquistare e preservare la simpatia del mondo, e non permettere che nessuno violi questo principio etico: se qualcuno uccide bambini, un altro non ha il diritto di uccidere bambini; giammai sarà giusto uccidere innocenti per vendicare la morte di innocenti.
Cuba ha dichiarato, senza alcun dubbio, che è contro il terrorismo e che è contro la guerra. Non ha compromessi con nessuno e sarà coerente con le sue posizioni. La verità e l'etica devono imporsi sopra ogni cosa. Lo sviluppo degli avvenimenti, il moltiplicarsi degli odi, passioni e di pericoli potenziali, dimostrano quanto giusta e quanto era profonda la convinzione che la guerra non era, non è e non sarà mai il cammino per sradicare il terrorismo.

Signor Presidente,
La più grave crisi economica e sociale che ha sofferto il nostro pianeta, nata alla metà dello scorso decennio dalla clamorosa e irreversibile sconfitta del neoliberalismo e della globalizzazione neoliberale, si è aggravata drammaticamente per questa guerra imposta da uno, le cui conseguenze però soffriamo tutti.
Bisogna fermare questa guerra non solo per le sue conseguenze per la popolazione civile afgana, per i pericoli di destabilizzazione di quella regione, non solo per salvare da una morte senza senso a migliaia di nordamericani -specialmente giovani-, di afgani e di altre nazionalità, non soltanto per preservare un clima di pace e di stabilità internazionale, bensì perché questa guerra rende definitivamente impossibile l'obiettivo proclamato dalle Nazioni Unite, ormai quindici anni fa, del diritto allo sviluppo per tutti e di pari opportunità per raggiungerlo. Perché trasforma in lettera morta la decisione che prendemmo solo un anno fa di lavorare uniti per sradicare la povertà dalla faccia della Terra.
Saremo disposti a organizzare una coalizione contro la povertà, contro la fame, contro l'ignoranza, contro le malattie, contro il flagello dell'AIDS che oggi devasta il continente africano, una coalizione per lo sviluppo sostenibile, per la preservazione dell'ambiente e contro la distruzione del pianeta?
Si è convocata una coalizione di vendetta per la dolorosa e ingiustificabile morte di migliaia di persone innocenti negli Stati Uniti. Uniamoci per cercare giustizia contro questo grande crimine, e facciamolo senza guerra; uniamoci per salvare dalla morte le centinaia di migliaia di donne povere che ogni anno perdono la vita durante il parto; uniamoci per salvare dalla morte i dodici milioni di bambini che muoiono nel Terzo Mondo, per cause che si possono prevenire, prima di aver compiuto i cinque anni; uniamoci per portare medicine contro l'AIDS ai 25 milioni di africani che oggi aspettano la morte senza speranza; uniamoci per investire nello sviluppo almeno una parte dei miliardi di dollari spesi finora per bombardare un paese dove non resta praticamente niente in piedi.
Cuba chiede a questa Assemblea Generale, al Consiglio di Sicurezza e all'Organizzazione delle Nazioni Unite nel loro insieme che affrontino nuovamente, tra le sue massime priorità, il dibattito su questi problemi,da cui dipende la vita e la morte di 4,5 miliardi di abitanti del Terzo Mondo, i cui diritti e speranze sono anche rimaste sepolte sotto le Torri Gemelle.

Signor Presidente,
Cuba ribadisce la sua categorica condanna all'azione terroristica dello scorso 11 settembre. Cuba ribadisce la sua condanna contro il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Cuba ribadisce che non permetterà mai che il suo territorio venga utilizzato in azioni terroristiche contro il popolo degli Stati Uniti o contro qualunque altro paese.
Cuba ha la morale per fare questo, perché durante più di quarant'anni ha sofferto le azioni terroristiche; perché a Cuba vivono i familiari di quasi 3500 cubani morti a causa di aggressioni e di atti terroristici; perché stanno ancora reclamando giustizia più di 2 mila cubani resi invalidi a causa di aggressioni e atti terroristici. Per lottare contro il terrorismo, figli suoi sono stati vittime di crudeli persecuzioni, trattamento spietato, e di ingiusti e calunniosi processi.
Il popolo degli Stati Uniti è vittima non soltanto del terrorismo e del panico, ma anche della mancanza d'informazione veritiera, della manipolazione e della discutibile limitazione delle sue libertà.
Cuba non fomenta l'odio verso il popolo nordamericano, con cui condivide l'aspirazione di sostenere un giorno rapporti basati sul rispetto e sulla collaborazione, e al quale non attribuisce la responsabilità delle nostre sofferenze causate dal terrorismo, dall'aggressione e dall'ingiusta guerra economica che abbiamo dovuto affrontare e resistere praticamente durante tutta la nostra vita.

Signor Presidente,
Se queste parole a nome di un piccolo popolo generoso e coraggioso, offendono qualcuno dei presenti, prego a lui di scusarmi. Parliamo con franchezza. Le parole esistono per difendere la verità, non per nasconderla.
Ci ribelliamo contro l'ingiustizia e l'oppressione. Abbiamo morale, difendiamo le nostre idee al prezzo delle nostre vite.
Si può conquistare il nostro appoggio per qualunque giusta causa, però non ci possono piegare con la forza, né imporre formule assurde e avventure vergognose.
Molti anni fa abbiamo proclamato che per noi cubani il dilemma storico è: "Patria o Morte!".
Ecco qui la nostra fiducia e la nostra sicurezza che siamo e continueremo ad essere un popolo degno, sovrano e giusto.

Grazie mille.

 

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