Le decisioni dell'assemblea dei delegati RSU dell'11 gennaio a Milano
(dalla stampa - articoli, comunicati, dichiarazioni, interviste)


A Milano l’assemblea dei sindacalisti di base e della sinistra Cgil
Al via gli scioperi contro l’attacco del governo ai diritti
I delegati Rsu: il 15 febbraio giornata di lotta nazionale
Dibattito acceso ma alla fine tutti d’accordo.
Un’altra iniziativa di protesta sarà indetta per metà marzo,
in coincidenza con lo scadere delle deleghe chieste dal governo
Da Liberazione 12/1/2002
Milano - nostro inviato
Un passo in avanti verso la mobilitazione delle forze anticoncertative.
Seppur dopo un’accesa discussione, ieri l’assemblea dei delegati e delle delegate, convocata a Milano, ha segnato un punto a favore della iniziativa generale contro l’attacco ai diritti fondamentali del mondo del lavoro da parte di Confindustria e governo.
Non era scontato che si arrivasse ad una formulazione unitaria, considerata la diversa appartenenza sindacale dei seicento che hanno affollato la sala Di Vittorio della Camera del Lavoro. Ma, evidentemente, lo stile di lavoro del Movimento dei Movimenti sta facendo scuola. E così, alla fine, i rappresentanti dei lavoratori di Cgil, Cobas, SinCobas e anche di Rdb, Usi, e Cub si sono ritrovati intorno all’idea-forza di "indicare per il prossimo 15 febbraio una giornata di lotta generale nazionale dei lavoratori, delle Rsu, di tutti i settori pubblici e privati in cui rendere visibili i contenuti fondamentali della piattaforma anche mediante la generalizzazione degli scioperi".
Insomma, anche se non è passata la tesi di chi voleva veder scritto "sciopero generale" (Cobas, Cub, Rdb, Usi e Slai Cobas) - anche perché è tecnicamente impossibile che una singola Rsu, o un gruppo, possa convocare lo sciopero generale -, alla fine, e dopo più di 40 interventi, si è deciso a larghissima maggioranza di proseguire un solido percorso di lotta "nell’obiettivo di sostenere una linea alternativa a quella concertativa". L’idea è quella non solo di costituire un coordinamento delle delegate e dei delegati "aperto a tutte le sensibilità ed articolazioni sindacali e di categoria" ma anche quella di indire "una prossima iniziativa nazionale a metà marzo" in coincidenza con lo scadere delle deleghe chieste dal governo.
Il dibattito è stato ricco ed articolato ed ha visto la presenza, tra gli altri, di Vittorio Agnoletto e di Giorgio Cremaschi. E’ intervenuto anche Ibhraim Jaullo, del coordinamento immigrati di Brescia.
Proprio la manifestazione del 19 gennaio a Roma contro la Bossi-Fini sta diventando sempre di più un appuntamento in cui far confluire la battaglia per i diritti del mondo del lavoro e contro la concertazione. "La flessibilità dei diritti tocca noi e voi - dice Ibhraim nel corso del suo applauditissimo intervento - e oggi industriali e governo a noi ci vogliono schiavi. E’ chiaro che colpiscono la parte più debole per poi alzare il tiro". Vittorio Agnoletto, dopo aver specificato che se si perde sull’art. 18 "si perde tutti", ha ribadito che il Movimento dei Movimenti va sempre più accentuando la sua "anima lavoristica" e che sta attivamente lavorando ad un momento "di grande mobilitazione nazionale in cui il lavoro diventi un punto unificante".
Giorgio Cremaschi, che ha definito l’assemblea di Milano, proprio per la partecipazione di rappresentanti di diverse sensibilità, "un fatto nuovo in sé", ha subito raccolto la sollecitazione dei social forum parlando di un percorso di lotta "non possibile senza Genova". Cremaschi non ha usato mezzi termini: "Davanti a noi o c’è il cambiamento o la sconfitta". "Proviamo a fermare questa offensiva", ha aggiunto. "Il 15 febbraio sarà una spinta in più". Il segretario della Fiom Piemonte ha ribadito la richiesta di sciopero generale. "Se continua la manfrina - ha detto - ci dovrà essere comunque". Sul piano della proposta ha avanzato la necessità di passare ad azioni dirette non violente, dall’ostruzionismo parlamentare allo sciopero della fame.
Piero Bernocchi ha incentrato il suo intervento sulla scadenza del 15 febbraio, giorno in cui il sindacalismo di base avrà una sua manifestazione (da piazza Esedra a piazza S. Giovanni) e lo sciopero generale. "Quello che deve essere ricostruito - ha detto Bernocchi -è un movimento vasto anticapitalista, anche degli "inconvocabili"". Bernocchi ha dichiarato di aspettarsi una rottura, "a fianco a noi" anche dei metalmeccanici. Il social forum di Roma, ha aggiunto, ci sarà.
Sergio Bellavita, Rsu di Bologna, nella relazione introduttiva ha esposto punto per punto l’articolazione della piattaforma, rispetto alla quale non ci sono state forti obiezioni nel corso del dibattito. Anche nel giudizio politico rispetto alla "fase" sono tutti d’accordo. "Non ci troviamo - ripete Bellavita - di fronte ad uno scontro solo di natura sindacale". "A ciò corrisponde, purtroppo, una preoccupante, debole ed insufficiente risposta sindacale". In tutti gli interventi, come nella relazione introduttiva, è stata denunciata la solitudine dei metalmeccanici, la contraddittorietà delle "piattaforme compatibili", come quella del pubblico impiego e del "brutto contratto" dei chimici. "Non è più rinviabile una vertenza generale - ha sottolineato Bellavita - per la conquista di un meccanismo che renda esigibile un adeguamento periodico ed automatico dei salari e delle pensioni all’inflazione reale".
L’assemblea ha espresso forte anche il ripudio della guerra, "si mandano i soldati a sparare e non ci sono i soldi per il pubblico impiego", come ha sottolineato Luciano Mulhbauer, Rsu (SinCobas della regione Lombardia), e la necessità di una lotta a fondo per l’assunzione di tutti i precari.

Fabio Sebastiani

 

Rifondazione: "Sciopero generale e ostruzionismo"

"L’assemblea nazionale Rsu di Milano rappresenta un passo significativo nella ricomposizione dal basso del sindacalismo alternativo, che vada oltre le sigle di appartenenza". Il capogruppo Prc al Senato, Gigi Malabarba, commenta così l’iniziativa che si è svolta ieri. "L’impegno di una opposizione parlamentare seria oggi deve essere quello dell’ostruzionismo per fare ritirare il decreto Maroni e gli altri decreti del delegati del governo. E' scandaloso - conclude l’esponente del Prc - che fino ad ora la Cgil non abbia voluto raccogliere la spinta dal basso per lo sciopero generale".

 

Piero Bernocchi portavoce nazionale Cobas scuola:
"Le ragioni della nostra lotta - Il 15 febbraio scenderemo in piazza"

" Nonostante una forte pressione di base, neanche questa volta Cgil-Cisl-Uil hanno convocato lo sciopero generale. Naturalmente non è una questione di coraggio: dopo aver praticato per tanti anni la concertazione con governo e padroni, oggi i confederali si sentono orfani di quella costante collaborazione con le "controparti", che oggi il governo Berlusconi non assicura più loro. Ma i lavoratori/trici vogliono lottare uniti e con la massima forza ed è dovere delle forze non-concertative, antagoniste e antiliberiste ampliare il più possibile, unificare e far esprimere in piazza questa volontà, generalizzando al massimo gli scioperi esistenti e avviando nei fatti una "pratica da sciopero generale". Per questi motivi abbiamo fatta nostra la data del 15 febbraio che i confederali vorrebbero riservare solo al Pubblico impiego e la rilanciamo amplificandola, convocando per quel giorno lo sciopero di tutte le categorie del lavoro dipendente pubblico e privato.
Questa volta abbiamo incontrato un vasto fronte unitario che ha nei fatti condiviso tale impostazione: non solo, insieme con i Cobas e il Sincobas, ci sarà tutto l'arco del sindacalismo di base, dalla Cub-RdB allo Slai e all'Usi, ma anche una assai partecipata e combattiva assemblea nazionale del Coordinamento RSU (con all'interno una parte significativa di Cambiare Rotta-Cgil) ha fatto propria la scadenza e la conseguente proposta di una manifestazione nazionale a Roma. Perché, naturalmente, scenderemo in piazza, in parecchie decine di migliaia (P. della Repubblica ore 10).
Oltre al nostro, ci sarà presumibilmente un secondo corteo convocato dalle tre confederazioni.
C'è una enorme distanza tra le piattaforme sulle quali si manifesterà: da un lato l'ostilità alla concertazione e alla guerra economica, sociale e militare che ne consegue; dall'altra, l'assurdo tentativo di riesumare la concertazione. Dunque, unità dei lavoratori nella data di lotta, ma differenziazione obbligata in piazza.
Ed il 15 in piazza e nello sciopero un posto di grande rilievo lo avrà il conflitto, di importanza storica, in corso nella scuola ed i protagonisti di esso, lavoratori e studenti. I sedicenti "Stati generali della scuola" si sono tramutati in una débacle della ministra della scuola-azienda, soprattutto grazie alla mobilitazione studentesca che ha rilanciato la piattaforma dei docenti ed Ata in lotta. E' dunque fondamentale intensificare la lotta per cancellare sul nascere la controriforma, bloccare il processo di aziendalizzazione della scuola e mandare a casa Moratti a dedicarsi alle sue predilette attività aziendali ben lontano dalla scuola pubblica. Nel frattempo, però, sono stati approvati, seppur con emendamenti sui punti più eclatanti di attacco alla scuola pubblica, gli articoli della Finanziaria che prevedono aumenti contrattuali al di sotto persino del tasso di inflazione, che sopprimono cattedre-orario e le supplenze fino a 15 giorni, che spingono all'aumento coatto dell'orario di lavoro e all'espulsione dei precari, che puntano a cancellare gli organi collegiali e a ridurre drasticamente i posti di lavoro tra gli Ata, affidando a ditte esterne il loro lavoro. E stanno dilagando i privilegi per la scuola privata e vaticana, dall'insegnamento della religione cattolica ritornato di fatto obbligatorio all'aumento di 300 miliardi dei finanziamenti, dalla equiparazione del punteggio per il lavoro svolto nella scuola pubblica e privata alla concessione alle private di assumere docenti non abilitati, dalle commissioni di esame con membri interni all'immissione in ruolo degli insegnanti di religione: il tutto sotto l'egida della disastrosa legge di parità imposta, con arroganza e sicumera da "apprendisti stregoni", da Berlinguer e dal centrosinistra.
Essendo il contratto-scuola scaduto il 31 dicembre, si dovrebbe aprire ora la trattativa contrattuale: e ad essa, in base ad una legge antidemocratica imposta dall'ex-ministro Bassanini e dal centrosinistra, i Cobas non potranno partecipare, nonostante abbiano dimostrato ripetutamente di essere una forza altamente rappresentativa. E la trattativa si aprirà dopo che alla Comunità europea è stata imposta un'unificazione puramente monetaria, che però rende ancora più solare lo scandalo della fortissima sperequazione stipendiale tra lavoratori/trici che svolgono la stessa attività e che hanno le stesse spese.
Si creano così nell'Unione europea gabbie salariali di serie A, B e C che dobbiamo smantellare al più presto, esigendo nel contratto uno stipendio europeo che rispetti il principio "ad uguale lavoro ed uguale moneta, uguale stipendio". Il 15, dunque, i protagonisti della scuola saranno nuovamente in piazza per cancellare sul nascere la controriforma, per dire no alla scuola-azienda e all'istruzione-merce, per mandare a casa Moratti, per chiedere uno stipendio europeo, un contratto che valorizzi il lavoro di docenti ed Ata, massicci finanziamenti per la scuola pubblica e l'obbligo scolastico a 18 anni, per difendere i precari.

 

Luciano Muhlbauer - S.in. Cobas

Dalla contestazione alla mobilitazione sociale
"La scadenza del 15 febbraio una grande opportunità per il movimento noglobal"

Il primo incontro mondiale dei movimenti antiliberisti di Porto Alegre fu una spinta formidabile per la crescita e l'espansione di un movimento plurale e globale che iniziava a rimettere all'ordine del giorno la critica ad un mondo sempre più impossibile per la maggioranza dell'umanità e la lotta per un altro mondo possibile. Un passaggio fondamentale anche per l'Italia, perché in quella occasione l'assemblea dei movimenti sociali indicò il G8 di Genova come tappa fondamentale della mobilitazione antiliberista su scala internazionale e si formò l'embrione di quello che poi sarebbe diventato il Gsf.
Mancano poco più di dieci giorni al secondo forum sociale mondiale di Porto Alegre e sappiamo che saremo molti di più, ma anche molto più diversi rispetto ad un anno fa. E soprattutto abbiamo alle spalle un anno straordinario, in tutti i sensi, che impone qualche riflessione.

Fine di un ciclo
A Genova si è chiuso un ciclo: quello iniziato a Seattle, di "semplice" contestazione dei vertici degli organi di governo globale del capitale. In poco tempo il movimento, come un fiume in piena, è riuscito ad infrangere il muro del pensiero unico e ad invadere il campo abbandonato dalla ritirata della sinistra politica e sociale tradizionale. Ma a Genova il movimento ha perso anche la sua ingenuità e con l'azione squadrista alla scuola "Pertini" e l'omicidio di Carlo Giuliani ha dovuto riscoprire la natura violenta del privilegio dei pochi.
Dopo Genova il movimento è chiamato ad interrogarsi su come andare oltre e costruire gli elementi di una piattaforma sociale, capace di indicare percorsi e contenuti condivisi e antagonisti all'ordine esistente. Una necessità resa ancora più impellente dall'approfondirsi della crisi di una globalizzazione liberista che ripropone la guerra come strumento normale e permanente di governo globale e che riconferma, dalla Palestina all'Argentina, la sua incapacità di risposta ai bisogni delle maggioranze.
L'11 settembre è stato un duro colpo. La militarizzazione della politica è l'antitesi del movimento di massa ed il tentativo di criminalizzare ogni voce fuori dal coro liberista restringe gli spazi della partecipazione. Ma il movimento ha resistito, in modo particolare in Italia, e si è fatto movimento contro la guerra.
La straordinaria dimensione della marcia Perugia-Assisi, l'emarginazione dei pacifisti con l'elmetto e soprattutto la grande manifestazione del 10 novembre a Roma hanno dimostrato che Genova non è stata una parentesi.

Insieme ai lavoratori
Ma non basta e ce lo ricordano in Italia la vastità e la profondità dell'offensiva padronale e governativa contro i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici e, sul piano internazionale, la rivolta popolare di Buenos Aires. Il movimento deve fare i conti con la questione sociale e con i soggetti sociali in quanto tali. Anzi, ha già iniziato a farli con le mobilitazioni degli studenti prima di Natale e con la manifestazione dei migranti del 19 gennaio. La centralità del conflitto sociale è data dalla natura stessa della globalizzazione liberista, di parte e di classe, e dunque dalla necessità di costruire dal basso e a partire dalla materialità della condizione sociale, l'altro punto di vista. Per dirla con le parole di Stédile, dirigente dei Sem Terra brasiliani: "Non è sufficiente stare con i poveri, bisogna essere contro i ricchi".
Ecco dunque le due grandi questioni per il movimento. In primo luogo, l'urgenza di un'alleanza con i lavoratori e le lavoratrici, accompagnando le spinte verso lo sciopero generale e costruendo insieme una grande giornata di mobilitazione sociale il 15 febbraio, giorno di sciopero generale di tutto il sindacalismo di base e giornata di lotta generale indicata dalla partecipatissima assemblea nazionale delle Rsu "al di là delle sigle" di Milano del 11 gennaio scorso. In secondo luogo, la necessità che la voce dell'esperienza italiana giunga a Porto Alegre, per contribuire alla nascita di un forum sociale europeo e per rafforzare i legami con i movimenti sociali sul piano internazionale, ma anche per dire che il No senza se e ma al liberismo e alla guerra sono i punti di partenza non negoziabili di un altro mondo in costruzione.


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