From: ASSEMBLEA OPERAIA assembleaoperaia@libero.it
Date sent: Thu, 7 Feb 2002
CONTRO IL SISTEMA DEI PADRONI
ORGANIZZIAMOCI PER L'ALTERNATIVA DI CLASSE!
Le crisi sempre più ravvicinate nel tempo e più diffuse nelle più differenti aree del mercato mondiale, confermano l'analisi del "vecchio" Marx sulla loro natura di cicli di sovrapproduzione di capitali e di merci, caratteristici della società capitalistica contemporanea.
Tali crisi hanno accelerato due processi paralleli e complementari fra loro.
Da una parte, per contrarrestare la tendenza alla caduta del saggio di profitto, una forte spinta alla concentrazione della produzione, alla centralizzazione dei capitali (come ampiamente dimostrato dai processi ristrutturativi nei settori dell'acciaio, delle telecomunicazioni, bancario e dei trasporti), dalla sempre più scarsa propensione dei capitalisti verso l'impiego produttivo dei capitali rispetto a quello speculativo e finanziario, accompagnata da una sempre più forte azione di controllo e direzione della produzione stessa da parte di holdings finanziarie multinazionali.
Dall'altra il ricorso ormai permanente alla guerra come strumento per
1.. Distruggere merci e capitali in modo da rivitalizzare l'accumulazione e i profitti attraverso la produzione bellica ad alta tecnologia;
2.. Gerarchizzare il controllo delle aree ricche di risorse energetico-minerarie, di quelle strategiche per la circolazione delle stesse e dei mercati regionali della forza-lavoro, fra le varie potenze imperialistiche; non si tratta più solo del petrolio e gas naturale ma delle materie prime e delle acque.
3.. Stroncare sul nascere o reprimere qualsiasi istanza d'insubordinazione, sia essa di classe o "nazionale" allo strapotere del sistema imperialista.
Il ciclo produttivo, quindi, viene determinato dagli interessi, continuamente in movimento, delle oligarchie finanziarie, e necessita di una forza lavoro a minore grado di qualificazione ed estremamente mobile, "flessibile", precaria.
Alla precarizzazione della forza lavoro ha corrisposto una progressiva cancellazione dei diritti e un attacco al salario fortissimo.
La bancarotta argentina, come allo stesso modo lo scandalo ENRON negli USA, sono esempi tanto significativi proprio alla luce di quanto il modello argentino, fotocopia di quello statunitense, fosse portato anche in Italia come riferimento in materia di politiche di risanamento finanziario delle economie nazionali.
Le deleghe del governo Berlusconi non rappresentano quindi una sostanziale novità, quanto l'articolazione "italiana" della ristrutturazione, di un attacco che colpisce sia la massa salariale nella prospettiva di una supina e rapida adattabilità alle esigenze del capitale, attraverso l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sia il cosiddetto salario "indiretto", attraverso la riforma fiscale e quella del TFR e delle pensioni.
Al tempo stesso, le politiche dell'esecutivo di centro-destra hanno l'obiettivo di approfondire la frammentazione economica, sociale e ideologica della classe, già spappolata dai provvedimenti del governo Prodi-D'Alema-Amato del quinquennio precedente (pacchetto Treu sul lavoro interinale, legge sulle cooperative, legge Bassanini sulle assunzioni nel pubblico impiego ecc.).
Questo quadro sancisce la fine di quella che già sul nascere era un'illusione, quella "concertazione" con la quale padroni e sindacati confederali avevano dato a bere che gli interessi dei lavoratori potessero conciliarsi "alla pari" con quelli "nazionali", ossia del capitale nazionale e dei suoi governi multicolori.
La casta dei burocrati Cgil-Cisl-Uil risponde a questa offensiva della borghesia rimanendo ancorata a queste illusioni, perché su queste ha basato i propri privilegi, politici ed economici. Senza contare la loro funzione strumentale alla fazione borghese di centro-sinistra al fine di mettere in difficoltà i rivali del centro-destra.
Per far questo sposano la stessa linea organizzativa votata alla frammentazione corporativa per categorie e per zone della classe lavoratrice, indicendo scioperi "articolati" regionali nel privato e revocando lo sciopero generale nazionale del pubblico impiego per il 15 dicembre, dopo aver firmato un contratto che, in cambio di poche briciole (per pochi) lega il salario alla produttività e rafforza il meccanismo delle esternalizzazioni. Il tutto infischiandosene della richiesta generalizzata dei lavoratori di una mobilitazione nazionale e unificante contro le deleghe del governo.
La stessa assemblea nazionale degli RSU, tenutasi a Milano l'11 gennaio scorso, ha assunto, soprattutto nell'incredibile gazzarra finale, più le caratteristiche di operazione al fine di modificare i rapporti di forza alla vigilia del congresso CGIL, che una risposta coerente a una spinta operaia che ha indubbiamente, quanto contraddittoriamente, riempito di nuovo le piazze e le assemblee nei luoghi di lavoro.
A questo punto è doveroso mantenere la data del 15 febbraio come momento di mobilitazione generale contro l'attacco a lavoro, pensioni e salario, basandoci sullo sciopero intercategoriale dichiarato dalle organizzazioni sindacali di base, con manifestazione nazionale a Roma.
Esso sarà un primo momento di convergenza non solo contro il governo Berlusconi, ma contro l'essenza stessa della concertazione, che ha prodotto anche la revoca dello sciopero di Cgil-Cisl-Uil, le cui direzioni insistono nell'azione disfattista anti-operaia.
Al tempo stesso, è ormai evidente la necessità di dare una risposta politica generale che vada nella direzione della riunificazione delle forze contro la divisione, la frammentazione in scioperi categoriali e di zona. Una riunificazione che deve poggiare su quei lavoratori, quei delegati, quegli organismi di lotta o sindacali che costituiscono la componente più agguerrita e determinata nel rilanciare il conflitto di classe senza compromessi. Un processo di ricomposizione generale e nazionale della classe che, a partire proprio dal conflitto, sappia individuare possibili strade per costruire una reale alternativa di sistema al capitalismo.
E' chiaro che in questa fase l'unità di classe, l'accumulo della potenza di classe, dovrà necessariamente esprimersi intorno ad una piattaforma che non rivendichi meri adeguamenti salariali in busta, ma che evidenzi la messa in discussione del sistema del lavoro salariato assumendo come proprio l'obiettivo di estendere le conquiste e i diritti a tutti i lavoratori che ne sono sprovvisti, da quelli delle cooperative, agli interinali, a quelli dei call-center, all'immane sottobosco delle "forme atipiche" sviluppatesi nell'ultimo decennio. Una piattaforma generale e una capacità progettuale e di lotta anticapitalista con la quale andare a contendere l'egemonia padronal-collaborazionista che ancora è forte fra centinaia di migliaia di lavoratori, evitando il fatale errore soggettivista di immedesimare le masse in movimento coi propri dirigenti opportunisti. Vedere nello sciopero generale lo strumento definitivo per mettere in scacco un governo e, soprattutto, un sistema forte e aggressivo proprio perché capace e attrezzato a concepire le proprie politiche con un respiro strategico, al di là del contingente, può portarci fuori strada.
Perché, concludendo, se c'è un insegnamento prezioso che possiamo prendere dalle bellissime giornate di lotta del proletariato argentino, è che la formidabile potenza che si esprime nel momento in cui la classe si mette in movimento rischia di vanificarsi se non riesce a darsi obiettivi politici di classe, autonomia e stabilità di organizzazione.
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