Date sent: Wed, 07 Nov 2001 13:30:57

11 SETTEMBRE :

PALESTINA RADICE DELLA GUERRA

LA CO-REGIA ISRAELIANA DELL'AGGRESSIONE USA ALL'AFGHANISTAN

di Claudio Moffa


Il 27 ottobre 2001, Il Tempo di Roma pubblicava un'intervista all'ex ambasciatore israeliano in Italia Avi Pazner, nella quale l'attuale portavoce del governo Sharon-Peres dichiarava - non senza aver citato Siria e Libano - che Israele è pronto a ricorrere anche alla guerra atomica contro palestinesi e estremisti islamici. Il giorno dopo, il filoisraeliano Rumsfeld, segretario alla Difesa americano, senza alcun riferimento alla presa di posizione di Pazner, ribadiva a sua volta che gli Stati Uniti erano pronti alla guerra atomica.

Le parole di Pazner, affidate ad un quotidiano di minore diffusione nazionale, non sono state quasi notate (ad eccezione de il manifesto del giorno successivo). Quelle di Rumsfeld, hanno avuto ben maggiore eco, e giustamente sono state criticate da molti commentatori.

Giustamente. Ma non sarebbe stato giusto criticare anche Pazner?

Perché, se è abbastanza difficile oggi essere antiamericani, é del tutto impossibile essere antisraeliani? E cosa ha significato quella sortita di Pazner, in relazione a quella successiva di Rumsfeld? Perché, nonostante il suo carattere clamoroso, è stata affidata dagli stessi israeliani ad una attrice, e su un quotidiano minore, peraltro "filo-Bush" come in genere la stampa filogovernativa italiana? (1)

Sono tutte domande che nessuno sembra volersi porre, e per un semplice motivo: Israele gode sulla stampa nazionale e internazionale di tutte le tendenze (in modo conscio o anche semplicemente inconscio) di una sorta di "clausola di nazione privilegiata", che impedisce di volta in volta di giudicare i fatti per quello che sono.

Non è evidente questa constatazione, di fronte da una parte all'incredibile numero di risoluzioni dell'ONU (268!!) che dal 1967 prescriverebbero ad Israele il ritiro totale dai Territori occupati, e dall'altra parte al modo subdolo o semplicemente superficiale in cui il conflitto israelo-palestinese viene in genere presentato da quasi tutti i mass media, come uno scontro fra opposte identità con eguali diritti, minacciati da eguali "estremismi"?

Israele è il marxiano "edificio nascosto" della politologia contemporanea.

Qual è ad esempio il suo vero ruolo nella guerra contro l'Islam di George D. Bush?

Ritornando all'intervista, non vorremmo esagerare dicendo che quello di Pazner, per le sue modalità apparentemente casual, sembra un messaggio in stile massonico, destinato a prima vista all' "opinione pubblica" o a beneficiare la fama di una giovane attrice, e in realtà solo o soprattutto alle alte "stanze del potere" che stanno operando il massacro in Afghanistan. E dicendo che "dunque", ("ecco" il perché della successiva sortita di Rumsfeld), in una fase congiunturale della guerra in cui neppure i bombardamenti a tappeto hanno avuto ragione dei talebani, e in cui dunque si accentuano le polemiche a Washington sull'efficacia dell'aggressione, fra la "colomba" Colin Powell favorevole ad una sospensione degli attacchi, e il superfalco Rumsfeld, che punta visibilmente, giorno dopo giorno, errore dopo errore, ad estendere e radicalizzare il conflitto.

E' dunque Israele che guida la guerra all'Islam, attraverso i suoi amici nell'Amministrazione Bush?

Sarebbe esagerato rispondere sì. Ma sarebbe anche superficiale non leggere l'attivissima presenza israeliana nella crisi, a cominciare dallo spinto autonomismo di Sharon nei confronti degli USA.

"Il nocciolo del problema non è quel lontano paese" (l'Afghanistan), ricordava Ugo Tramballi de Il Sole 24 ore, ma "il Medio Oriente", ivi compreso quell'Israele "cuneo della civiltà occidentale nel cuore del loro mondo": "Israele è guidato da uno dei governi più militaristi della sua storia" - continuava Tramballi - "Alla cautela politica con cui George Bush prepara la risposta ai massacri di martedì, Sharon risponde con brutalità, sfrutta il momento di disattenzione della diplomazia internazionale e bombarda i palestinesi. All'interesse della stabilità mondiale, antepone la sua maniacale fissazione di liquidare il problema palestinese con la forza. In questa nuova emergenza dell'Occidente c'è da chiedersi da che parte stia davvero l'Israele di Ariel Sharon".

La Palestina è il "cuore" della crisi apertasi con gli orribili attentati dell'11 settembre.

Cerchiamo di vedere perché, ragionando sui fatti, e cominciando da due fatti.

1 DOPO L' 11 SETTEMBRE: VERSO UNA NUOVA YALTA?

Il primo fatto è la serie di incontri USA-Cina-Russia successivi all'11 settembre che evidenziano non dico un accordo, ma quanto meno una convergenza sostanziale fra i tre paesi assolutamente impensabile dopo il bombardamento dell'ambasciata cinese di Belgrado del 1999, e la guerra in Yugoslavia.

Questi eventi diplomatici mettono a mio avviso in crisi quella teoria dell' "avanzamento verso Est" dell'imperialismo USA dopo l'aggressione alla Jugoslavia, che pure - a ragione - molti all'epoca teorizzarono. Certo è esagerata e fuorviante l'ipotesi di una nuova "Yalta" USA-Cina-Urss-Europa di cui parlano alcuni mass media (vedi la lettera firmata, di autorevole fonte diplomatica, pubblicata su Liberazione del 18 ottobre); si può cioè criticare il termine utilizzato ricorrendo agli scontati e doverosi distinguo e considerazioni (oggi la guerra non è ancora terminata; la stessa "vera" Yalta, lo sappiamo tutti, non ha chiuso la conflittualità internazionale, etc.). Si può anche sostenere perciò, che la conflittualità USA-Cina-Russia "riprenderà" perché le contraddizioni ci sono, ma il problema è "quando"; il problema è che adesso si va affermando una controtendenza rispetto alla guerra del 99, e non solo - visto che anche la guerra contro la Jugoslavia fu temibile - per il timore della potenza militare USA.

Come mai? La risposta sta a mio avviso non solo nelle concessioni possibili (e in parte già operanti) degli USA a Cina (Taiwan e Tibet?) e Russia (Cecenia), ma anche e direi soprattutto nel "complemento" della convergenza USA-Cina-Russia-Europa di cui sopra - il doppio obbiettivo cioè della "grande alleanza", vale a dire: da una parte l' "estremismo islamico" (che come è noto e visibile, preoccupa sia Cina che Russia) dall'altra il "ridimensionamento" di Israele.

Anche qui, sono i fatti a parlare, perché questo processo è già in atto in quello che è definibile il "doppio binario asimmetrico" di Bush: da una parte l'evidenza della guerra in Afghanistan, dall'altra i numerosi tasselli di una crescente "incomprensione" fra USA e Israele: non solo il previsto discorso di Colin Powell all'ONU proprio quell'11 settembre, ma anche - nei giorni successivi gli attentati - l'abolizione delle sanzioni al Sudan; la non opposizione di Washington (attaccata violentemente da Israele) all'ingresso della Siria nel Consiglio di Sicurezza; le insistenti pressioni di Bush (nel pieno della preparazione della guerra contro l'Afghanistan!) per un incontro Peres-Arafat; la polemica su Monaco con Sharon, il sì di Blair allo stato palestinese, etc.

Falsa conflittualità? Fumo negli occhi per l'opposizione alla guerra? Vedremo, ma non credo: a me sembra più logico inserire questo secondo binario di Bush nell'arcinota e ben provata dialettica dentro l'establishment USA fra americani "nazionali" e lobby filosraeliana, a cui mi riferirò poco più avanti, riflesso comunque delle esigenze imperiali "globali" degli Stati Uniti.

2. LA CONFERENZA DI DURBAN

Il secondo fatto è la conferenza di Durban conclusasi 10 giorni prima degli attentati di New York e Washington.

In fondo, quando a ragione si teorizza la necessità di far incontrare il movimento di Durban con quello dei G-8 (problema enorme, se si va a fondo), bisogna partire dal dato di fatto che Durban ha espresso una diversa percezione della questione israeliana rispetto alla sinistra occidentale: qui imbarazzo, censure e autocensure, kosovari albanesi e teologia dell'olocausto, bilancino ossessivo persino nei confronti dei palestinesi. A Durban, invece, la denuncia del sionismo come razzismo - in linea con la vecchia mozione ONU abolita nel '91 - da parte di 3000 ONG (le ONG, fino a ieri teorizzabili come mera longa manus del nuovo imperialismo post-bipolare!) e l'alleanza in fieri fra africani e arabi (quasi un ritorno al clima del dopo-guerra del Kippur), nonostante gli attentati di Nairobi e Dar Es Salaam del 98 avessero fatto decine di vittime fra kenyani e tanzaniani.

Perché questa diversa percezione? E dove sta la ragione: nella tendenza al ribasso e alla marginalizzazione della questione israeliana da parte della sinistra e dell'antiG8 occidentale, o nella sottolineatura del pericolo sionista da parte della conferenza di Durban?

Continuiamo a ragionare sui fatti, al di là di una concezione del sionismo come qualcosa che riguardi solo i palestinesi.

In Africa, per cominciare, c'è la presenza non tanto discreta di Israele nel conflitto della Regione dei Grandi Laghi o in Sierra Leone, dove è in gioco il controllo dell'enorme mercato di diamanti che fa capo ad Anversa. Il ruandese Kagame in visita a Gerusalemme nel 1996 ha esaltato l'amicizia fra israeliani e i tutsi, gli "ebrei" dell'Africa, e con lui, anche Uganda e Burundi - paesi occupanti il Kivu congolese, regione appunto ricchissima di diamanti - sono legati ad Israele. Nello stesso Congo, nel febbraio scorso Kabila junior ha eliminato all'improvviso il monopolio del traffico di preziosi già in mano all'israeliana International Diamond Industries ... (2)

In Asia, si possono ricordare gli attacchi della Malaysia contro George Soros, in occasione del crack finanziario del 1997.

Probabilmente si potrebbe continuare con altri dati. Ma già questi fatti vogliono dire che la straordinaria convergenza antisionista a Durban non è stata solo l'effetto di una solidarietà ideologica con i palestinesi, magari perché i mass media extraeuropei sono da questo punto di vista un po' meglio e un po' più obbiettivi di quelli euroccidentali e statunitensi, ma anche e soprattutto il frutto di una percezione reale del sionismo così com'è, e della forza effettiva di Israele a livello planetario.

Ma su cosa si basa questa forza? Occorre affrontare alla radice il ritornello superficiale di un Israele "pedina" dell'imperialismo USA in Medio Oriente.

3. I FATTORI DELLA FORZA DI ISRAELE

Bisogna aprire occhi e cervello sulla possibilità che Israele sia non un piccolo stato sorretto dall'imperialismo USA, ma una delle massime potenze mondiali postbipolari, capace di condizionare la vita di interi stati.

Del resto, può reggere lo schemino del "piccolo paese", o anche solo del "servo sciocco" degli USA, di fronte a quanto raccontava Arrigo Levi sul Corriere della sera del 14 dicembre 1997, e cioè che Israele si era opposto (e in modo vincente!) alle pressioni nientemeno che della Trilaterale, la quale aveva chiesto a Nethanyau di ritirarsi finalmente dai Territori occupati e di ottemperare almeno in parte alle 268 risoluzioni dell'ONU che prescriverebbero questa necessità?

Ancora una volta elenchiamo dei fatti, vale a dire i tasselli-fattori della forza di Israele:

- Il primo, è la struttura economica dello stato d'Israele: la quale - ricordava il Sole 24 ore del 14 dicembre 2000 - è fondata in gran parte sulla New Economy, tanto che Israele può fare a meno dei lavoranti palestinesi (cioè del livello immediatamente produttivo) e chiudere le frontiere in caso di scontro frontale con i territori occupati. Questa caratteristica è sempre stata presente nell'economia israeliana, da sempre sorretta - al di là dei miti al suo riguardo - dagli aiuti finanziari della lobby USA e degli USA (attenzione: quanto appena detto non inficia il giudizio di fondo circa i rapporti reali fra Washington e Tel Aviv). Ma oggi è diventata ancora più netta, proprio a causa della finanziarizzazione dell'economia a livello internazionale e dello sganciamento dell'economia speculativa da quella produttiva.

- Il secondo elemento è dunque la forza della finanza sionista a livello internazionale, nelle diverse Borse, o per esempio, nei paesi "neocolonie", soprattutto nell'Europa ex socialista. Il Corriere della Sera del 19 gennaio 1995 riferiva quanto detto dall'allora vicesegretario di Stato americano Strobe Talbott ("Noi cerchiamo di sincronizzare il nostro approccio ai paesi ex comunisti con la Germania, la Francia, la Gran Bretagna. E con George Soros"), e commentava che il finanziere ebreo-ungherese, che "per sua ammissione ha per modello il Dio dell'Antico testamento, invisibile, benevolo, che tutto vede", "ha un'influenza decisiva nell'elezione di Leonid Kuchma a presidente dell'Ucraina", nonché in Macedonia, in Sudafrica, Haiti, Birmania e "persino negli USA".

- Il terzo, è appunto la potente lobby negli USA, "uno stato nello stato" come scriveva Serge Halimi di Le monde diplomatique dell'agosto 1989 (e come denunciano da tempo molti leaders neri negli Stati Uniti), capace di intervenire nei passaggi cruciali della vita politico-diplomatica e militare nordamericana. Due soli esempi della dialettica fra americani "nazionali" e filoisraeliani, senza la quale non è possibile comprendere la politica estera USA degli ultimi decenni, ivi compresa la guerra in corso: nel 1990, il caso Pollard, "ebreo americano, impiegato nei servizi segreti della US Navy, scoperto con le mani nel sacco mentre trafugava e fotocopiava segreti da inviare in Israele" (3) ; nel 1996 un dossier del Pentagono, che "metteva in guardia i contraenti contro i tentativi dello spionaggio israeliano di acquisire informazioni in riservate utilizzando i 'legami etnici', cioè gli ebrei che vivono in America" (4) .

- Il quarto, le diverse minilobby in altri paesi occidentali, non ultime la Francia e l'Italia. La fine del regime Craxi-Andreotti, i due protagonisti di Sigonella, ha avuto a che fare anche con questa dimensione? Lo hanno detto in molti (5) . Lo stesso Sergio Romano ha definito il processo di Palermo contro l'ex ministro degli esteri, un "processo politico", pur senza esplicitarne il senso.

- L'ultimo infine, la presenza costante della stessa lobby, non solo a livello puramente finanziario, ma anche e soprattutto a livello mass-mediatico: in queste settimane i toni della stampa "indipendente" vanno precedendo e scavalcando (esattamente come ai tempi della guerra del Golfo del '91) quelli dei diversi ceti politici occidentali. Prima ancora di Bush, il New York Times ha indossato l'elmetto. Obbiettivo dichiarato: una nuova guerra generalizzata contro l'Irak, per riprendere il disegno interrotto da Bush padre nel '91, prima degli accordi di Oslo, quando il presidente USA bloccò il generale Schwarzkopf sulla strada di Bagdad.

4. ALLA BASE DELLA "NUOVA" FORZA DI ISRAELE:
LA MUTAZIONE GENETICA DELL'IMPERIALISMO NEGLI ULTIMI VENT'ANNI

L'accresciuta forza di Israele negli ultimi dieci-quindici anni - il punto di svolta può essere colto fra l'invasione del Libano del 1982 e l'ascesa di Gorbaciov qualche anno dopo - ha alle sue spalle, sul piano strutturale, quella che è definibile (mi sia concesso il termine) la mutazione genetica della struttura del capitale: questo è il punto.

Nell'analisi della "struttura" del capitalismo nella fase attuale occorre a mio avviso evitare la ripetizione di schemi superati, e bisogna in realtà tener conto - rispetto ad esempio all'epoca del Vietnam - della enorme finanziarizzazione del capitale e dei suoi rapporti controversi e non sempre concordi con il capitale produttivo.

Come ha scritto Riccardo Petrella di Le monde diplomatique, un mutamento fondamentale occorso durante gli anni '90 è stato, appunto, "la finanziarizzazione dell'economia" la quale ha provocato "due fenomeni principali: Da una parte la dissociazione fra il capitale finanziario e l'economia reale. Ciò significa che il sistema finanziario non svolge più il ruolo che gli è proprio, quello cioè di assicurare il legame tra il risparmio e l'investimento. Si è autonomizzato in rapporto ai bisogni dell'economia e della società. E' diventato autoreferenziale. Dall'altra il primato acquisito dal capitale finanziario in quanto parametro principale di definizione del valore nelle nostre società: il valore di un bene e di un servizio è misurato in funzione della sua capacità di aumentare il valore del capitale finanziario (redditività del capitale)". (6)

Certo questa mutazione non riguarda solo i finanzieri ebrei, ma anche quelli cristiani, islamici (Bin Laden, appunto). Tuttavia, se si guarda a personaggi come George Soros o Edmond Safra, o alla "famiglia" di Eltsin, riesce difficile pensare ad un ruolo non egemone quantitativamente e qualitativamente della finanza specificamente ebraica, legata da forme di solidarietà e "filantropia" alla causa di Israele.

Pur in misura ridotta, siamo insomma "tornati", per molti versi, all'epoca in cui maturarono le analisi sull'imperialismo di Engels 1895, Hobson 1902, Lenin 1917: l'epoca delle grandi concentrazioni monopolistiche, della grande speculazione borsistica, dei rentiers parassitari, e dell'ascesa in questo quadro di uno specifico, determinato capitale.

Scriveva John Atkinson Hobson, nel suo classico "Imperialism: a Study": "Questi grandi interessi finanziari formano il nucleo centrale del capitalismo internazionale. Uniti dai più forti legami organizzativi, sempre nel più stretto contatto l'uno con l'altro e pronti ad ogni rapida consultazione, situati nel cuore della capitale economica di ogni Stato, controllati, per quel che riguarda l'Europa, principalmente da uomini di una razza particolare, uomini che hanno dietro di se molti secoli di esperienza finanziaria"... (7)

Tralasciamo il linguaggio ottocentesco, e parliamo di popoli e culture: oggi si ripropone uno scenario per molti versi simile a quello disegnato da Hobson.

 

DALL'ANALISI SINCRONICA A QUELLA DIACRONICA:
LA CO-REGIA O LA PRESENZA ISRAELIANA NELLE GRANDI GUERRE POST-BIPOLARI.

I fattori sopra elencati - anche se evidenziati e illustrati attraverso episodi specifici - servono a "fotografare" sincronicamente il ruolo e il potere di Israele. Ma essi vivono e si sviluppano nei fatti, diacronicamente, nella cronaca di tutti i maggiori eventi bellici postbipolari.

Certo, ci sono anche altri fondamentali fattori da considerare, dal complesso militare-industriale USA, al fattore petrolio e oleodotti, al narcotraffico (L'Afghanistan dei talebani ha ridotto del 95% la produzione di oppio: ai bombardamenti sono dunque interessati anche i settori criminali coinvolti nel commercio di stupefacenti (8) ). Ma di nuovo la questione è misurare il peso delle diverse componenti: a livello economico, ad esempio, il volume di affari degli ultimi tre settori citati - sempre che al suo interno, di nuovo non operi capitale sionista - sorpassa il volume dei traffici finanziari "puri" controllati direttamente dalla "lobby"? Dubitiamo.

Di certo, comunque, l'analisi dei fatti dimostra che le tre grandi guerre dagli anni Novanta ad oggi - Irak 91, Jugoslavia, e Afghanistan - hanno visto la partecipazione più o meno attiva anche se discreta e talvolta invisibile di Israele, che ha esercitato tutto il suo peso per scatenarle e dirigerle:

5. IRAK 1991

Dopo l'invasione del Kuwait del 2 agosto 1990, Saddam Hussein propone, il 12 agosto, il linkage fra il suo ritiro dall'emirato, e quello di Israele dai Territori occupati.

Su questo linkage cercano di lavorare - vedi fra l'altro la conferenza dell'ONU dell'ottobre successivo - alcuni leaders europei come Mitterrand (poi bollato di filonazismo) e Andreotti (sottoposto ad un processo che lo stesso Sergio Romano ha definito "politico": ovviamente termine vago e aperto a diverse interpretazioni). E cerca di lavorare, sia pure con grande debolezza, persino il predecessore di Colin Powell, il filoarabo e nemico esplicito della lobby ebraica negli USA James Baker (9) .

Ma il tank della guerra israeliano non lo blocca nessuno: riprendendo una strategia antiirakena teorizzata fin dal febbraio 1982 dalla rivista Kivounim (Orientamento) dell'Organizzazione sionista mondiale, per la quale "l'Irak è nella linea di mira israeliana; la sua distruzione sarebbe per noi ancora più importante di quella della Siria", un alto funzionario del Mossad sosteneva in una dichiarazione al Jerusalem Post del 22 agosto, l' "inevitabilità" della guerra. Il 3 settembre 1990, Le monde scriveva a sua volta che "in privato alcuni commentatori vicini al governo (israeliano) lasciano

trasparire i loro timori di una soluzione negoziata - un ritiro dal Kuwait - che lasci intatto il potenziale militare dell'Irak", e riferiva inoltre una dichiarazione del ministro Moshe Arens per il quale "la principale fonte di preoccupazione per Israele ... resta l'imponente macchina da guerra edificata dagli irakeni. Io spero che questa capacità militare non esisterà più negli anni a venire ". Ancora, il quotidiano israeliano Maariv sosteneva nello stesso periodo che "la sola soluzione della crisi del Golfo è la distruzione del regime di Saddam Hussein".

Dalle parole ai fatti: l'8 ottobre, in concomitanza con la conferenza dell'ONU, la strage di 21 palestinesi a Gerusalemme; il 4 dicembre, a Tel Aviv, il ministro degli esteri israeliano David Levy avverte l'ambasciatore USA William Brown - almeno secondo quanto riferiscono Andrew e Leslie Coburn - che "se gli Stati Uniti non avessero attaccato, Israele avrebbe preso direttamente l'iniziativa" (10) ; circa una settimana dopo, a Washington, il no di Shamir a Bush padre ad un tentativo in extremis di trovare una via di soluzione pacifica alla crisi attraverso la proposta di una conferenza di pace "globale" per il Medio Oriente; a gennaio, pochi giorni prima lo scatenamento del conflitto, il del Congresso USA all'aggressione, con il voto determinante - come dichiarò Siegmund Ginzberg inviato de l'Unità a Radio Città Aperta - della lobby filoisraeliana negli USA, lo "stato nello stato" di cui nell'analisi sopraricordata di Serge Halimi.

6. JUGOSLAVIA '95-'99

Meno consistente, se non addirittura meno certa, è la presenza israeliana nella catena di guerre che ha dilaniato dal '91 in poi la Jugoslavia.

Il quadro che offriamo sicuramente è incompleto, ma già fornisce qualche elemento di riflessione utile, e questo al di là della consonanza culturale-strategica della disgregazione della Federazione socialista lungo linee etniche, con la weltanschauung "babelista" tipica del sionismo, quale ad esempio emerge dal progetto di Odded Yinon per il Medio Oriente (Quaderni Internazionali n. 2-3, p. 182) (11) .

In primo luogo, c'è il sostegno attivo di Tel Aviv ai musulmani bosniaci, non a caso non sostenuti da Gheddafi e ospiti di Israele (cfr. ad es. Il Giorno, 13/2/93, p. 11; Corriere della sera, 5/3/94, p. 7).

In secondo luogo, il sostegno di George Soros all'UCK e alla "nuova" Albania post-comunista: "Spunta il nome di Soros tra gli "amici" dei ribelli" - titolava il Corriere della sera del 15 febbraio 1999, che nell'articolo ricordava alcuni istruttori della guerriglia legati al finanziere ebreo-ungherese, "sostenitore dei movimenti di liberazione che stanno cambiando i connotati dell'area balcanica": "Il più famoso (fra questi istruttori, ndr) è Morton Abramowitz, ex ambasciatore (tra l'altro è stato in due punti caldi come Turchia e Thailandia) che ora rappresenta una istituzione privata chiamata "Industrial Crisis group", legata alla fondazione Soros".

Terzo esempio, il braccio di ferro nella seconda metà degli anni Novanta, fra Milosevic e il Fondo Monetario, protagonista centrale, fra gli altri, il governatore della Banca centrale di Belgrado Dragomir Avramovic, ex banchiere centrale della Repubblica Jugoslava, favorevole alle tesi dell'istituto finanziario, e capo dell'opposizione dopo il suo defenestramento da parte di "Slobo".

Last but not least, il ruolo martellante di Madeleine Albright nello scatenamento del conflitto del 99, in particolare - ma non solo - in occasione del fallito vertice di Rambouillet.

Senza voler generalizzare e nello stesso nascondere la complessità e la "varietà" del fronte aggressore, è utile ricordare fra l'altro - come ha fatto Sergio Cararo nel suo saggio "Il dubbio" - con quanta insistenza sia stata richiamata dalla stessa stampa internazionale (e dunque non da qualche "antisemita" di turno) l'origine ebraica dei capifila della guerra, quasi a voler essa stessa dare il "segno" dell'aggressione: dalla stessa Albright al segretario alla difesa USA Cohen, al "teorico della supremazia statunitense su tutta l'Eurasia (Europa, Balcani, ex URSS) Zbignew Brzezisnki", al generale della NATO Wesley Clark, alla moglie (!) del mediatore internazionale Holbrooke (Corriere della sera, 4 maggio 1999).

Non deve dunque meravigliare il commento di Sandro Polito all'appena conclusa guerra dei Balcani, per il quale gli Stati NATO e le loro ambizioni internazionali sarebbero "portatori della medesima cultura giudaico-cristiana" in conflitto con la cultura e i popoli slavi (La Repubblica del 5 agosto 1999).

Né può stupire che lo storico ebreo Goldhagen, sostenitore della colpa dei tedeschi in quanto popolo per i crimini del nazismo nel suo libro "I volenterosi carnefici di Hitler", si sia scagliato con analoga violenza anche contro i serbi, accusandoli di essere animati "da una variante particolarmente virulenta del carattere nazionalista della civiltà occidentale", e di avere per questo ucciso tanti "civili bosniaci e albanesi, morti alla stessa stregua degli ebrei, dei polacchi, degli omosessuali e di altri (e qui Goldhagen omette gli stessi serbi) uccisi durante il periodo hitleriano" (Corriere della sera del 5 maggio 1999).

7. AFGHANISTAN 2001.

A) UN NODO IMPORTANTE:
LE CONNIVENZE FRA ESTREMISMO ISRAELIANO E ESTREMISMO ISLAMICO.

Ma tutto lascia credere che il ruolo "vivo" del sionismo continui anche dentro questa guerra, la guerra contro l'Afghanistan.

Tre le questioni importanti da affrontare da questo punto di vista.

La prima riguarda i veri mandanti delle stragi dell'11 settembre.

Non sappiamo chi siano, e probabilmente non lo sapremo mai, ma una serie di considerazioni vanno avanzate: innanzitutto i collegamenti fra estremismo islamico e sionista risultano acclarati non solo per quel che riguarda i casi sopra ricordati della Bosnia e del Kossovo, ma anche ad esempio - ed in modo plateale - in Cecenia: "il burattinaio (della guerriglia islamica, ndr) additato unanimemente dall'opposizione e da numerosi giornali è Boris Berezovsky, finanziere ebreo, anima nera del Cremlino", scriveva il Corriere della sera del 15 settembre '99 che, a dimostrazione che non si trattava di semplici illazioni, riportava parte di una registrazione telefonica fra lo stesso Berezowsky - cittadino anche israeliano - e il leader ceceno Udugov.

In questo quadro, come interpretare l'affermazione di Putin che la matrice degli attentati dell'11 settembre è "la stessa" del terrorismo ceceno? Non rafforza la dichiarazione del presidente russo quanto sostengono diverse fonti, e cioè che i guerriglieri di Al Qaeda sarebbero stati addestrati in Marocco fin dai tempi della guerra antisovietica in Afghanistan, congiuntamente da Cia e Mossad (Stefano Chiarini, Il Manifesto, 23 settembre: la fonte è Annis Nachache, ex terrorista legato a Carlos)? Ovvero che Bin Laden "è una creazione dei servizi segreti statunitensi, britannici e israeliani", legato a doppio filo col finanziere Jimmy Goldsmith (senatore Lyndon Larouche, interviste alla radio USA "WGIR-AM", 11 e 12 settembre: sito www.movisol.org/)?

Anche in Italia il Mossad ha dimostrato una magistrale capacità di infiltrazione in molte organizzazioni od eventi "rivoluzionari", dall'attentato del cosiddetto "anarchico" Gianfranco Bertoli del 1973 contro la Questura di Milano, alle Brigate Rosse post-Curcio e Franceschini di Mario Moretti, esecutore materiale dichiarato dell'assassinio del "filoarabo" Aldo Moro (12) .

Del resto, in occasione dei tuttora oscuri attentati di Roma e Milano del 1993, l'allora ministro Mancino dichiarò candidamente alla Camera che "grazie ad una intercettazione si è potuto accertare che la rivendicazione islamica proveniva da un cellulare di proprietà di un cittadino israeliano" (Corriere della sera, 29 luglio 1993).

8. AFGHANISTAN 2001.

B) IPOTESI E OMBRE SUGLI ATTENTATI DELL 11 SETTEMBRE

A tutto questo si può aggiungere la seconda questione, relativa ai tuttora misteriosi retroscena, dinamiche, ed effetti reali delle stragi dell'11 settembre.

Innanzitutto Bin Laden non ha sin qui rivendicato gli attentati, come risulta dal testo integrale della dichiarazione-video del finanziere, pubblicata su la Stampa del 9 ottobre. Le stragi restano dunque prive di paternità ufficiale, il che è comprensibile solo in un clima di doppiogiochismo e di servizi segreti. Uno scenario non differente da quello degli attentati di Nairobi e Dar Es Salaam del 1998, la cui facile attribuzione a Bin Laden venne ad esempio all'epoca messa in dubbio da un autorevole commentatore come Arrigo Levi (Corriere della sera 14 agosto 1998) (13) .

In secondo luogo, tutta la catena di irrisolti dubbi sulle stragi, che cito solo per sommi capi e in modo sparso, ben sapendo e avvertendo che ciascuno di essi andrebbe verificato attentamente prima di trarre conclusioni:

Le affermazioni del "gen. Eiten Ben Eliahu, ex comandante dell'aviazione israeliana, (che) si è detto convinto che i piloti erano americani e non stranieri" (Larouche a radio K-Talk 12 settembre).

Quelle dell'ex presidente della Sottocommissione sulle attività dei servizi segreti del Soviet Supremo tra il 1991 ed il 1993 Andrei Kosyakov, per il quale "sei mesi fa i servizi israeliani effettuarono un'esercitazione che prevedeva l'impiego di oggetti aerei nell'esecuzione di azioni terroristiche" (agenzia russa Strana.ru, 14 settembre).

Le dinamiche vere degli attentati:

Il mancato controllo radar fra l'inizio dei dirottamenti e l'impatto contro le Torri gemelle.

I mancati controlli prima ancora degli attentati, dei gruppi terroristici che li hanno organizzati. L'effettiva nazionalità dei dirottatori (per Kosyakov, forse "caucasici").

Il balletto delle cifre delle vittime (prima 20-25mila, poi 6-7mila, ed infine, secondo il New York Times del 25 ottobre, meno di 3000). La connessa notizia di fonte araba, dell'avvertimento del Mossad a 4000 impiegati ebrei delle Torri di non recarsi al lavoro quell'11 settembre (14) : notizia forse non vera, ma comunque mai smentita a livello ufficiale, e fin da subito peraltro verificabile attraverso un mero "appello" dei sopravvissuti.

Il fatto che tale appello - la cosa più semplice per le autorità inquirenti - non sia stato ancora compiuto.

L'oscura storia di una cerimonia in memoria dell' "olocausto" che si sarebbe dovuta svolgere proprio quell'11 settembre dentro una delle due Torri, storia che stranamente non è stata sfruttata a fini "antislamici" dai mass media dopo gli attentati.

Infine (ma solo per fermarci qui), il curioso caso del finanziere Larry Silverstein, "ebreo e amico di Tel Aviv" (Il Sole 24 ore, 16 settembre), che fra contratto a decadenza in caso di attentato, e separata concomitante assicurazione, dall'ecatombe avrebbe guadagnato - "per sua fortuna aveva un paracadute", commentava il quotidiano milanese - qualcosa come 1,3 miliardi di dollari in un sol colpo.

Tutti questi fatti potrebbero portarci alla facile conclusione - avanzata da diversa stampa araba (15) - che gli attentati dell'11 settembre attribuiti fin da subito al solo Bin Laden, o al massimo anche alla destra neonazista americana, hanno avuto in realtà una matrice o israeliana, o "interna" americana-filoisraeliana (Cia e/o neonazisti possibili complici), o "cupolista" (una "cupola" finanziaria "impazzita", secondo la condivisibile opinione di Giulietto Chiesa sul quaderno speciale di Limes (16) ).

Ma non concludiamo in questo senso, ben sapendo che tutti i grandi attentati della storia contemporanea, da Serajevo 1914 a Dallas 1963, alla strage di Bologna, all'attentato che nel 1975 scatenò in Libano la guerra civile, non hanno tuttoggi una risposta certa.

Probabilmente non si saprà mai la "verità" dell'11 settembre. Notiamo solo che, si fosse trattato di altro possibile mandante occulto, da una parte o dall'altra - a seconda dell'ipotesi fatta - si sarebbe stati più disinvolti e sicuri di "verità" anche presunte. Con Israele, come noto, ciò è impossibile a farsi.

9. AFGHANISTAN 2001.

C) LA LOBBY FILOISRAELIANA E LA MACCHINA DELLA GUERRA

Quella che comunque è certa e visibile a tutti, è la terza questione, e cioè il conflitto che si è aperto dentro l'Amministrazione USA dopo gli attentati, conflitto che ricalca quelli relativi al caso Pollard e al dossier del Pentagono sopra ricordati, o anche al "caso Lewinsky", attribuito dalla stampa araba dell'epoca ad un tentativo israeliano di reagire alle pressioni di Clinton e della Trilaterale per un ritiro dai Territori occupati (17) .

Basta leggere le cronache della crisi prima e della guerra poi, per individuare di nuovo questa dialettica dentro un'Amministrazione formata da Bush - ricordiamo questo fatto - prima ancora del "sì" definitivo dei giudici della California alla sua vittoria elettorale, e inclusiva da una parte del "filoarabo" Colin Powell, dall'altra dei superfalchi filoisraeliani Rumsfeld e Cheney.

Bene, se si vanno a vedere tutte le dichiarazioni ed iniziative del segretario alla Difesa dopo l'11 settembre, esse hanno puntato e puntano alla radicalizzazione (fino al possibile ricorso alla bomba atomica) e all'allargamento della guerra, con l'Irak di Saddam Hussein obbiettivo principale: l'Irak, abbiamo visto, che già nel 1990 le autorità israeliane indicavano come l'obbiettivo da distruggere completamente, e che di nuovo, il Mossad indica come "il mandante dell'attacco alle Twin Towers" (18) .

Lo scontro continua giorno dopo giorno, e i suoi esiti sono imprevedibili: da una parte Rumsfeld è stato frenato e circondato non solo dalla reazione di Colin Powell dentro il gabinetto di guerra (19) (espressione degli interessi "imperiali" "planetari" degli Stati Uniti, che non possono mettere a repentaglio i rapporti con il blocco arabo moderato per seguire le follie di Sharon), ma anche dalla risposta negativa dell'Arabia saudita e degli altri paesi arabi da lui visitati a fine settembre, alla sua richiesta di appoggio logistico in caso di attacco all'Irak. Dall'altra, la macchina della guerra è in sua mano, in mano a Rumsfeld: nel cinico gioco di equilibrio di Bush (bombardamenti "selettivi", distinzione fra Islam "buono" e Islam "cattivo", etc.), è il segretario alla Difesa ad avere le chiavi dello sviluppo pratico del conflitto: di "errore" in "errore" dei suoi militari (le centinaia e ormai forse migliaia di civili uccisi, le bombe sugli ospedali e sulla Croce rossa, etc) Rumsfeld sta visibilmente puntando ad incendiare la grande prateria dell'Islam in tutto il mondo, in concorrenza con il bellicismo "moderato" e da apprendista stregone di Bush, e col supporto attivo della psicosi massmediatica da bioterrorismo, di matrice - ovviamente e di nuovo - "irakena". Tutto questo mentre, come già detto - secondo uno scenario-ricatto già operante nel dicembre '90, prima dello scoppio della guerra del Golfo - Israele fa sapere, da fonte autorevolissima, di essere pronto ad utilizzare la bomba atomica per "difendersi" dai palestinesi (20) .

10. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

Potrebbero sembrare esagerati tanti distinguo di fronte alla ferocia dell'aggressione americana all'Afghanistan, primo responsabile, ovviamente, proprio George Bush e il suo "doppio binario asimmetrico".

Ma una domanda che dobbiamo porci è la seguente: abbiamo sbagliato a giudicare nel 1999 Cina e Russia come due momenti di "resistenza" all'imperialismo nell'ambito della sua avanzata a livello planetario, perché oggi questi due stati, con la stessa leadership, mostrano di voler "comprendere" gli Stati Uniti? Avevano dunque ragione gli ipermovimentisti a criticare quelle analisi, e a sostenere più o meno apertamente tutti i "popoli" e tutte le "guerriglie" in lotta per l' "autodeterminazione", ceceni e kosovari inclusi? Ed oggi, di fronte a quel che accade, e alla "comprensione" appunto, di Mosca e Pechino verso Bush, dobbiamo reagire esaltando qualsiasi "movimento' o "guerriglia" si muova nel mondo, foss'anche quella cecena o quella delle regioni musulmane della Cina?

Qualcuno sarà tentato in questa direzione. Personalmente - ed esattamente come prima - non credo sia la strada giusta.

A Yalta, appunto, Stalin si "incontrò" con il rappresentante della massima potenza imperialista dell'epoca, Churchill. Ovviamente i pericoli della situazione sono enormi, ma essi devono essere individuati con attenzione, e non comprendono per forza di cose, ed anzi possono "escludere" sia pure criticamente, la stessa Cina e la stessa Russia.

Si tratta di ragionare non solo sulla effettività della convergenza (che dipenderà fra l'altro dall'evoluzione della dialettica interna all'Amministrazione USA), ma anche sui termini ambigui della nuova "Yalta" una volta questa marciasse effettivamente.

Cosa vuol dire "estremismo islamico"? Di certo, non può comprendere l'Intifada, Hamas compresa, secondo quanto sostenuto il ministro degli esteri iraniano Kharrazi (21) .

Cosa vuol dire "ridimensionamento" di Israele? Ridimensionamento rispetto a chi, al solo Sharon?

La partita è aperta, e tornano pienamente validi gli obbiettivi del movimento pacifista, da rilanciare contro Bush e l'aggressione americana all'Afghanistan: non solo la cessazione immediata dei bombardamenti su Kabul, ma anche il rilancio della solidarietà con l'Irak attraverso misure per abolire l'embargo, la richiesta del ritiro incondizionato di Israele da tutti i territori occupati nel 1967, la nascita di uno Stato palestinese veramente indipendente. Obbiettivi di sempre, che Bush sta svendendo - forse con la complicità "realista" di Mosca e di Pechino - sul tavolo della nuova desiderata "Yalta", e col bilancino del padrone del mondo.

Se a questi obbiettivi qualcuno volesse aggiungere - come probabilmente accadrà - l'"autodeterminazione" della Cecenia o del Tibet, sol perché oggi cinicamente scaricate da Washington, sbaglierebbe di grosso. La convergenza "momentanea" nella Yalta storica fra imperialismo anglo-americano e comunismo sovietico sancì la vittoria delle forze alleate sul nazismo di Hitler. Oggi, si tratta di sconfiggere il "nazismo" della nostra epoca, Israele e i movimenti "rivoluzionari" che ne sono non dico espressione, ma certo un utile strumento di dominio. Un "nazismo" che, contrariamente a quello tedesco sconfitto nel 45, è tuttora ben vivo e capace di condizionare la stessa politica degli Stati Uniti - sta già accadendo! - col rischio di provocare veramente una guerra planetaria dalle conseguenze disastrose per l'umanità intera, come ci illuminano le terrificanti dichiarazioni di Rumsfeld a la Stampa del 1° novembre (22) .

 

 

 

NOTE

1) Olga Bisera, " ' Siamo pronti alla guerra atomica' ", intervista a Avi Pazner, Il Tempo, 27 ottobre 2001, p. 5. R.: "Anche noi ci prepariamo a combattere una guerra non convenzionale, batterica, chimica o nucleare che sia". D.:"Come la bomba atomica?". R.: "Lei l'ha detto".

2) CNN, 21 aprile 2001.

3) A. Ferrari, Corriere della Sera, 22 giugno 1993, p. 31.

4) La Repubblica, 1 febbraio 1996, p. 13. Fra l'altro, anche il rapporto della National Security Agency del 24 settembre, nella misura in cui attribuisce agli Stati islamici o arabi "radicali" la volontà "di scindere sul piano politico l'antiamericanismo dall'antisionismo, per interessi di sicurezza interna a breve termine", evidenzia la consistenza di questa dialettica (il rapporto è citato estesamente dal Corriere della sera del 25 settembre).

5) Cfr. C. Moffa, "La politique internationale, fache cachée de la crise italienne", Le monde diplomatique, maggio 1987.

6) Riccardo Petrella, Riflessioni sulla mondializzazione attuale e i diritti di cittadinanza, contributo ai lavori su "La (ri)costruzione della cittadinanza", paper, p. 1.

(7) J. A. Hobson, L'imperialismo, Newton, Roma 1996, p. 95.

8) Il possibile fattore narcotraffico è stata richiamata dall'ex capo del KGB Leonid Shebarshin (Il messaggero, 20 settembre, p. 6).

9) "La lobby ebraica USA si schiera contro Baker: 'no al ritiro dai territori' ", Repubblica, 25 maggio 1989.

10) Andrew e Leslie Cockburn, Amicizie pericolose, Storia segreta dei rapporti fra Stati Uniti e Israele, Gamberetti, Roma 1993, citato ne Il Corriere della Sera, 22 giugno 1993, p. 32.

11) "La frammentazione del Libano in cinque province prefigura la sorte che attende l'intero mondo arabo, inclusi l'Egitto, la Siria, l'Iraq e l'intera penisola arabica; in Libano si tratta già di un fatto compiuto. La disintegrazione della Siria e dell'Iraq in province etnicamente e religiosamente omogenee, come in Libano, rappresenta l'obbiettivo prioritario di Israele a lungo termine di questi Stati. La Siria è destinata a suddividersi in vari Stati, a secondo delle comunità etniche (...) I drusi costituiranno un loro stato ... Si tratta di un obbiettivo che è fin da ora alla nostra portata".

12) Cfr. le dichiarazioni del presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino in F. Giovanni, C. Sestieri, G. Pellegrino, "Segreto di Stato. La verità da Gladio al Caso Moro", Einaudi, Torino 2000. Ma confronta anche, per comprendere le "nuove" Brigate rosse di Moretti, l'oscura storia di Igor Markevitch tirata fuori dallo stesso Pellegrino (non a caso?) dopo l'assassinio di D'Antona (assassinio compiuto il giorno dopo una presa di posizione del Parlamento italiano cauta sulla guerra contro la Jugoslavia) e di cui su vari giornali di quei giorni (fra i tanti, Il messaggero e Il Giornale del 30 maggio

1999); nonché, e soprattutto, la deposizione di Alberto Franceschini alla Commissione Moro, riprese da la Padania del 12 e 13 aprile 1999. Franceschini racconta in particolare che lui e Curcio vennero contattati dal Mossad nel 1974, ne rifiutarono l'offerta di collaborazione, e vennero arrestati pochi mesi dopo, le BR finendo allora nelle mani della "spia" - secondo Franceschini - Mario Moretti.

13) Cfr. C. Moffa, " 'Terrorismo islamico': le utili certezze di Clinton", in Il calendario del Popolo, 624, ottobre 1998, in particolare p. 56).

14) Molti giornali hanno riportato la notizia senza alcuna ironia o anatema: cfr. ad es. Il Tempo, 20 settembre 2001.

15) E organizzazioni islamiche integraliste, come Hamas: cfr. Il Messaggero, 14 settembre 2001.

16) G. Chiesa, "Cerchiamo la cupola non la rete islamica", ne La guerra del terrore, I Quaderni speciali di Limes, pp. 87-92.

17) C. Moffa, "Dietro Clinton la lobby sionista", in Giano n. 28.

18) La Repubblica, 21 settembre 2001. Ma è interessante notare come un'altra fonte del Mossad abbia smentito il coinvolgimento dell'Irak (Repubblica, 24 settembren p. 14). Probabilmente, c'è "discussione" anche dentro Israele, come del resto indicano le polemiche fra Peres e Sharon.

19) Vari quotidiani, fra cui Il Messaggero e Repubblica del 21 settembre, riferivano di uno scontro durissimo dentro l'Amministrazione, nel corso del quale Colin Powell avrebbe chiesto polemicamente a Rumsfeld se aveva tutte le rotelle a posto.

20) Intervista all'ex ambasciatore Pazner, su iil Tempo del 27 ottobre 2001. Il giorno dopo, su la Stampa, Barbara Spinelli apriva un dibattito sulla necessità di un "mea culpa" degli ebrei.

21) Il manifesto, 30 settembre 1999, p. 6.

22) "Dio mio, cercate di ricordare che cos'è stata la Seconda Guerra Mondiale, un mese dopo l'altro e l'altro ancora senza che accadesse nulla tranne che perdite, dolore, danni e americani uccisi. E adesso dopo 21 giorni la gente, con domande come questa, dà a intendere che si dovrebbero fare miracoli. Non ci sono magie! Abbiamo detto che non esistono pallottole d'argento, lo sappiamo che non ci sono pallottole d'argento! E' un lavoro duro e sporco. E la gente sarà uccisa, noi lavoreremo duro e alla fine vinceremo".

 

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