Due articoli di Claudio Moffa ------ Date sent: Fri, 14 Dec 2001

ECCO S'AVANZA UNO STRANO MARXISMO.

CHI TRADISCE I PALESTINESI?

NUOVA UNITA, dicembre 2001

Un attentato suicida di Hamas, come i tanti che avevano messo in ginocchio Israele prima dell'11 settembre, e il governo Sharon - in una situazione "psicologico-mediatica" in Occidente profondamente mutata proprio a causa della guerra infinita in Afghanistan - ha potuto scatenare una rappresaglia durissima contro l'ANP, senza che ci fosse alcuna reazione ispirata al rispetto dei diritti dei palestinesi e del diritto internazionale, né da parte americana, né da parte europea, né, almeno sembra, da parte di Cina e Russia.

Bush, in attesa delle elezioni del Senato dove la lobby sionista ha un peso determinante, si è immediatamente schierato senza alcuna mediazione dalla parte degli occupanti israeliani, tradendo un punto già sbandierato della "Grande alleanza", e cioè - come richiesto ad esempio dalla Lega Araba, dall'Egitto, dall'Arabia saudita - la non omologazione di Al Qaeda con i movimenti di liberazione palestinesi pur promotori di azioni terroristiche.

Precipita così quella che lo stesso Maurizio Molinari su La Stampa del 18 ottobre aveva definito "la linea del segretario di stato, Colin Powell", vale a dire "evitare azioni o dichiarazioni che possano contrapporre apertamente gli stati Uniti ai gruppi dell'Intifada Al Aqsa nei Territori al fine di evitare che Osama Bin Laden si impossessi della causa palestinese nella sua guerra contro gli Stati uniti per allontanare i paesi arabi dalla coalizione contro il terrorismo".

Quanto all'Europa, siamo al solito "changez la dame" di Bruxelles: ieri era la Francia silenziosa sulle continue aggressioni di Israele nei Territori occupati, mentre altri paesi - magari l'Italia di Ruggiero - provavano a balbettare una musica un po' diversa. Oggi è la Francia che protesta, mentre gli altri tacciono o quasi, e poco valore mediatico e politico viene dato alla pur importante risoluzione di Ginevra di 114 paesi, che hanno ri-definito Israele "potenza occupante". A cosa si riduce dunque la "forte pressione esterna" di cui ha parlato nei primi giorni di dicembre il presidente Ciampi? Nei fatti, almeno fino al momento in cui chiudiamo questo articolo, solo nel convincere il solo Arafat a trasformarsi in aguzzino del suo popolo, arrestando i militanti di Hamas e del Jihad palestinese.

Non sappiamo gli sviluppi futuri di questa crisi. Ma c'è n'è già abbastanza per alcune brevi considerazioni che riguardano il movimento contro la "guerra infinita" in Italia:

Primo, gli oscuri attentati all'11 settembre non hanno mai avuto alcun segno pro-islamico, pro-palestinese, o antiimperialista. E' un dejavu, questo, che richiama alla memoria l'assassinio del filo-arabo Aldo Moro da parte delle BR e la simpatia che aleggiava nella sinistra extraparlamentare di allora per i brigatisti e la "potenza geometrica" della loro impresa. A conti fatti, dall'11 settembre ad oggi, la storia è andata indietro, e la macchina repressiva imperialista sta travolgendo tutti: il popolo afgano, i palestinesi, i "diritti umani" e il diritto internazionale, gli stessi principi dello stato di diritto in Occidente, con l'ondata di neo-maccartismo antiislamico anche in Italia. Il "tanto peggio tanto meglio" è "analisi" e "strategia" assolutamente folle, tanto più in una fase storica in cui non c'è alcun Lenin all'orizzonte e l'alternativa che ci si prospetta è fra Bush-Sharon e i Talibani (che non corrispondono peraltro neppure al modernizzatore "emiro afghano" del vecchio Stalin).

Seconda considerazione, chi continua a credere che la guerra in Afghanistan riguardi solo il petrolio e non abbia a che fare - se non in modo molto mediato e indiretto - con la volontà di Sharon di annientare i palestinesi, sbaglia di grosso. Dei tanti tasselli che indicano che Bin Laden è un "agente multiplo" (G. Chiesa) - a parte quelli di cui ho già parlato nel numero precedente di Nuova Unità - ne aggiungo altri due: primo, l'11 settembre Colin Powell avrebbe dovuto recarsi all'ONU per annunciare il sì americano allo stato palestinese, uno stato non solo comunque inviso a Sharon, ma che inoltre in quel momento aveva alle spalle equilibri diplomatico-militari fra Intifada e occupanti ben diversi da quelli attuali. Secondo tassello, l'intervista già il 13 settembre a il Tempo del portavoce del governo Sharon-Peres Avi Pazner che a commento degli attentati disse: "adesso l'Occidente può capire Israele". E' esattamente quello che sta accadendo oggi, dopo due mesi di guerra infinita (anche mediatica!) con un Bush che non litiga più con Sharon su Monaco, ma ne accetta il diktat di terrore contro lo stesso Arafat.

Terza ed ultima considerazione: a tre mesi circa dalle Twin Towers, è spaventoso il ritardo del movimento contro la guerra sulla questione palestinese, e sulla lotta in difesa dell'Irak. Possibile che non ci si renda conto che lo "Stato palestinese" rivendicato dall'Intifada, non era già l'11 settembre, e non lo é tanto più oggi, quello di Colin Powell, e neppure quello di Yeousha che su la Stampa predica adesso la restituzione dell' "80%" dei Territori occupati? Possibile che non si percepisce il rischio di una nuova aggressione all'Irak, obbiettivo dichiarato di Israele fin dalla fine della guerra del Golfo?

Ci sarà tempo di parlarne: ma credo che sia utile riflettere sul fatto se - a fronte di un metodo marxiano che da una parte fondeva in una visione "totale" sfera economica e sfera politica, e dall'altra partiva da una mole incredibile di fatti per costruire la teoria - tante analisi economiciste e iperschematiche sulla "guerra infinita" come "ineluttabile" sbocco di una capitalismo strutturalmente in crisi (due soli fatti, legati da un aristoteliano nesso causa-effetto), non nascondano una realtà più complessa in cui la soggettività israeliana o della "cupola finanziaria" di cui parla Chiesa, abbia avuto ed abbia in realtà molto più spazio di quanto appaia.

Proposta: e se la "guerra infinita" combinasse due volontà, quella del capitalismo di reagire alla sua crisi, ma anche quella di Israele di incendiare tutto il pianeta, per impedire "altri discorsi" di un qualsiasi "Colin Powell" all'ONU, per spostare i riflettori della diplomazia internazionale di volta in volta su altri scenari di crisi (Bin laden, Afghanistan, Somalia, IrakS), per continuare cioè a violare le 278 risoluzioni dell'ONU che prescrivono il ritiro totale di Israele dai Territori occuipati?

Imperialismo e sionismo, vecchia e affatto strana coppia. Bisognerebbe discuterne.

Ma guardiamo anche alla lunga serie di dibattiti post-11 settembre: ottimi argomenti, ottime "scalette", ottimi dibattiti. Ma di Palestina e Irak, quasi niente.

No, il "marxismo" non può rischiare di diventare alibi per espungere dall'analisi la sfera "sovrastrutturale" del Politico e della sua interazione con la "Struttura", e soprattutto per non solidarizzare attivamente con l'Intifada e con il popolo iracheno.

Claudio Moffa

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NON E' YALTA, MA QUALCOSA E' MUTATO.

CONTROPIANO, numero di dicembre 2001

 

Il 30 novembre la flotta USA ha attraccato nel porto cinese di Hong Kong.

E' l'ultima notizia della marcia di avvicinamento fra Stati Uniti e Cina a due anni dal bombardamento dell'ambasciata di Pechino a Belgrado. Un fenomeno del tutto fortuito? Qualcosa "che inganna l'occhio", secondo la saccente definizione di Le monde di Colombani? Qualcosa che non scalfisce il carattere "inesistente" della coalizione antiterrorismo, secondo il drastico giudizio di Samir Amin?

L'impressione è che in questi commenti ci sia molto dogmatismo (l'altra faccia del "nuovismo" senza limiti di certe analisi post-11 settembre), e qualche volta la preoccupazione meramente politica di non favorire - per esempio dentro Rifondazione comunista - una deriva ipermovimentista anticinese e antirussa, attiva già ai tempi della guerra contro la Jugoslavia, e a rischio oggi di ulteriore slancio.

A mio modesto avviso bisogna guardare ai fatti:

Primo, la guerriglia cecena e l'indipendentismo tibetano non diventano certo progressisti se Cina e Russia convergono con gli USA nell'Alleanza "antiterrorismo". Nella "conflittualità alleata" di Putin con Bush è peraltro il primo a guadagnarci, e non certo il secondo, presidente di un paese che mirava fino a ieri a disgregare ulteriormente la Russia con l'aiuto dei guerriglieri ceceni finanziati dall'israeliano moscovita Berezovsky.

Secondo, la convergenza è oggettivamente in atto, ed è inutile negarlo come sembrano fare, almeno fino ad oggi, i compagni de L'Ernesto. Non è Yalta (anche perché la Yalta vera non è la Yalta propagandistica degli antisovietici del secolo scorso), ma qualcosa di profondo è mutato, e va capito nelle sue oggettive e soggettive radici.

Terzo, "capire" vuol dire cogliere almeno due fattori di spinta della coalizione: il primo - evidente - è il pericolo islamista in Cina e in Russia; il secondo - meno evidente ma altrettanto vero - è l'obbiettivo del "ridimensionamento" di Israele, come da lettera firmata di autorevole fonte diplomatica pubblicata su Liberazione il 18 ottobre scorso.

E qui è necessaria una piccola digressione: i compagni de L'Ernesto hanno sottolineato in più occasioni la necessità di far incontrare il movimento no-global occidentale con quello "terzomondista" emerso nella Conferenza contro il razzismo in Sudafrica del settembre scorso. Ma premessa necessaria di questo giusto intento è una percezione diversa, in Occidente, della questione israeliana e sionista, che non a caso è stata al centro del dibattito infuocato a Durban. Se Rifondazione tutta, Alberto Burgio incluso, assumesse questo punto di partenza, ecco che la seconda radice dell' "Alleanza" sopra indicata - l'obbiettivo del "ridimensionamento" di Israele - sarebbe perfettamente compresa e comprensibile, e non qualcosa di strano e optional. Non so della Cina, ma come non rendersi conto che per la Russia il massacro operato dalla "famiglia" di Eltsin (contro cui si è battuto lo stesso Putin: vedi l'arresto del finanziere Gusinsky, poi scarcerato su pressioni di Israele) porta inequivocabilmente un segno "israeliano"? E come non considerare che i comunisti russi sono stati così sensibili e consci del problema, da essere tacciati dalle solite canaglie e dai soliti idioti - col silenzio complice dei soliti opportunisti, anche comunisti - di "antisemitismo"?

Si giunge così a capire meglio il perché dell' "Alleanza".

Non è possibile cioè, che si sia di fronte ad una vera e propria convergenza originata dal comune e trasversale desiderio di Stati con sistemi economici pur diversi, di aver ragione della rapacità criminale del grande capitale finanziario transnazionale?

In fondo, con grande disinvoltura, alcune letture "marxiste" di Bin Laden che circolano nel movimento pretendono di vedere nel finanziere saudita l'espressione di una borghesia araba-islamica conflittuale - sul nodo del controllo delle risorse petrolifere - con quella "occidentale" (un giudizio del genere lo ha espresso anche Mario Deaglio su la Stampa). Con la stessa disinvoltura, e ben inteso con lo stesso necessario successivo rigore analitico nel complessificare lo schema generale, non si potrebbe e dovrebbe parlare di una conflittualità fra capitale finanziario-speculativo e capitale produttivo, che ha la sua proiezione politica nel contrasto fra l'anomalia israeliana e il "resto del mondo"? Una conflittualità di cui sono innumerevoli i segnali negli ultimi dieci quindici anni in tanti paesi capitalisti, a cominciare dall'Italia?

Tutto questo non vuol dire ovviamente che la "coalizione" sia resistente e compatta, perché anzi da un momento all'altro la convergenza potrebbe trasformarsi in scontro, come accadde nella Yalta vera, col successivo-immediato passaggio alla guerra fredda. Ma a parte che allora si trattava di sistemi sociali e economici radicalmente diversi, nel caso presente occorre comunque stare attenti a certi giudizi interessati di certi commentatori, i quali, per eccesso di filo-sionismo, potrebbero essere spinti a esaltare più i momenti di debolezza che di unità della coalizione.

Far saltare subito l'Alleanza è una premessa necessaria infatti per poter colpire l'Irak, come vuole da sempre (almeno dal 1991) Israele, e come non vogliono oggi, esplicitamente, tutti i paesi arabi e islamici, la Russia e la Cina, che su questo stanno frenando Bush.

La guerra è anche mediatica, e all'interno della guerra mediatica c'è anche il giudizio sulla tenuta della Coalizione.

BIN LADEN: VIVO, MORTO O ETERNO FUGGIASCO?

Informazione e guerra, intelligence e guerra. Il collegamento è evidente sia nel primo che nel secondo caso.

Prendiamo ad esempio Bin Laden.

Innanzitutto andrebbe chiarito un fatto, Bin Laden e gli attentati alle Torri, se si fuoriesce dal giudizio emozionale-estetico degli attacchi dell'11 settembre, giudizio fasullo ma purtroppo sotterraneamente diffuso nel movimento contro la guerra, non hanno alcun segno pro-islamico o pro-palestinese. Il mondo è andato paurosamente indietro dopo il "martedì nero", da tutti i punti di vista (compreso quello delle libertà civili e di stampa in Occidente), e nessuna logica del "tanto peggio tanto meglio" può correggere questa drammatica realtà.

In verità Bin Laden, che peraltro non ha mai rivendicato esplicitamente gli attentati solo esaltandoli a sollucchero dei seguaci di Tony Negri, sta aiutando, come da suo pedigree, Israele e i superfalchi americani, e sta favorendo il disegno dello scontro fra civiltà teorizzato da Huntington. Bin Laden è un "agente multiplo", come ha scritto giustamente Chiesa: ed è per questo che - è la seconda ed ultima considerazione - se a Bush e Colin Powell il capo di Al Qaeda fa probabilmente più comodo morto che catturato vivo (per evitare un processo-boomerang, e per non mettere a repentaglio gli interessi globali degli USA, comprensivi del blocco arabo), a Rumsfeld e a Israele fa sicuramente comodo vivo e fuggiasco di paese in paese. Lì dove la macchina della guerra americana dovrebbe di volta in volta colpire, secondo la "guerra infinita" teorizzata all'indomani dell'11 settembre proprio da Rumsfeld-Stranamore. L'obbiettivo - o quanto meno uno dei principali obbiettivi - di tanta carneficina è chiaro: per l'ennesima volta dal 1967 impedire la soluzione giusta ed equa della questione palestinese, spostando i riflettori (e i missili) delle superpotenze su altri scacchieri e lasciando libere le mani a Sharon e Peres nei Territori occupati. Come l'11 settembre, appunto, giorno in cui Colin Powell era sul punto di recarsi all'ONU ad annunciare il sì degli USA allo "stato palestinese" ma "capitò" la strage.

Chi crede che Israele e la cupola finanziaria che lo attornia - che, prove provate, hanno sostenuto entrambi fin dagli inizi degli anni Novanta l'estremismo islamico in Bosnia, Kossovo e Cecenia - siano marginali in questo conflitto sbaglia di grosso. E non aiuta né i palestinesi né gli iracheni, sottoposti da più di dieci anni ad una guerra brutale e infame

Claudio Moffa

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