Date sent: 15 Dec 2001 11:38:58 -0000

1. articolo su Palestina - Da: Cinzia Nachira

2. L'arroganza dell'occupazione - analisi di Lev Grinberg

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Messaggio: 1

From: Cinzia Nachira

Sent: Monday, December 03, 2001 9:44 PM

Subject: articolo su Palestina

Nell'indifferenza generale, la Palestina (e Israele) verso la catastrofe

L'accelerazione degli eventi in Afghanistan, la "liberazione" di Kabul, l'assassinio di quattro giornalisti occidentali ed altro ancora, ha messo la sordina a ciò che succede in Palestina. I media occidentali per poter, in tempi normali ed anche di guerra, parlare dei palestinesi hanno bisogno di morti, e molti al giorno.

Nel momento dello "stallo bellico" in centro Asia (bombardamenti ininterrotti sulla popolazione civile afghana) si continuava a ripetere che la ripresa del "dialogo" tra israeliani e palestinesi era una condizione essenziale per la soluzione dei problemi. Ora che in meno di quarantott'ore dodici bambini palestinesi sono rimasti vittime dell'aggressione israeliana (sette uccisi e cinque feriti), più l'assassinio "preventivo" di tre leaders di Hamas tra cui Mahmud Abu Hanud e la morte di due uomini e una donna ad un posto di blocco israeliano, l'occidente torna a parlare di Palestina.

Ciò che più di altro ha colpito il nostro immaginario "giustificazionista" è stato l'assassinio dei cinque fratellini di Khan Yunis, un campo profughi della striscia di Gaza, dilaniati da una mina piazzata dalle squadre speciali dell'esercito israeliano sulla strada che ogni giorno percorrevano per andare a scuola. Non è un caso che nelle ore successive alla tragedia da tutte le parti si invocava l' "incidente" (si sa: in guerra succede.). Le versioni si incrociavano: una cannonata sulla scuola (non sarebbe stata la prima volta), un proiettile anticarro inesploso preso a calci dai bambini, ecc. Solo in tarda serata la verità: l'esercito israeliano su ordine del generale Mofhaz aveva piazzato una potente mina antiuomo, sotterrandola sotto la sabbia (a Gaza le strade asfaltate si contano sulle dita di una mano). Naim (14 anni), Amr(13 anni), Anis (12 anni), Muhamed (12 anni) e Akram (6 anni) non hanno avuto bisogno di prendere a calci un bel niente, è stato sufficiente il peso del passo di uno di loro per cancellarli dalla faccia della terra. L'identificazione è stata possibile solo grazie agli zainetti di scuola, ai quaderni.

Dall'inizio della rivolta nel settembre del 2000 i bambini palestinesi (ne sono morti oltre duecento e alcune centinaia sono stati feriti) sono stati dipinti come "provocatori" nel momento in cui tiravano pietre, "intrusi" in un conflitto a fuoco se venivano assassinati da un proiettile sparato alla testa tornando da scuola, "piccoli terroristi" se venivano dilaniati dalle cannonate contro le loro case o le loro scuole.

Dopo l'eccidio di Khan Yunis l'esercito è costretto ad ammettere che quella mina aveva come obiettivo quello di far saltare in aria un certo numero di palestinesi, possibilmente adulti, poco importa se politicamente significativi. La giustificazione, sempre la stessa da un anno, sarebbe stata: sono rimasti vittime di un ordigno che preparavano per colpire i civili israeliani.

La morte dei cinque bambini, però, apre uno scorcio sulla strategia del terrore che gli israeliani adottano fin dal 1947. E' chiaro che se anche fossero morti degli adulti il crimine non sarebbe stato meno grave. I campi profughi di Gaza sono i più densamente popolati al mondo, da oltre un anno la popolazione di Gaza vive reclusa, impossibilitata ad uscire dalla striscia, quindi è evidente che la strategia è colpire nel mucchio. Terrorizzare i civili, come nel caso di Deir Yassin, Ramla, Jaffa, tutti villaggi "svuotati" dopo stragi di donne, uomini, vecchi e bambini inermi. All'epoca l'hanno chiamata guerra d'indipendenza, oggi la chiamano "sicurezza preventiva". Oggi come allora è solo terrorismo. Oggi come allora gli israeliani sono coperti dal giustificazionismo della coscienza sporca dell'occidente nei confronti del genocidio nazista, i "democratici" dell'epoca fecero poco e nulla per salvare i sei milioni di ebrei europei assassinati nei campi di sterminio, i "democratici" di oggi fanno poco e nulla per impedire il massacro lento ma inesorabile dei palestinesi.

Barak nel novembre del 2000 dichiarò che se non fosse stato controproducente per la "loro causa" avrebbe sicuramente avallato un "bel massacro di mille o duemila civili" per "sfoltire" Gaza e Cisgiordania.

La cosiddetta "cautela" israeliana è, quindi, dettata da questioni di immagine.

A chi servono gli integralisti islamici?

Mahmud Abu Hanud era chiamato "sette vite". Questo soprannome se lo era guadagnato grazie al fatto di esser sfuggito a molti tentativi di eliminazione da parte dell'esercito. Ora gli israeliani sono riusciti nel loro intento: sette missili hanno polverizzato la sua automobile. Ai suoi funerali a Nablus hanno partecipato oltre cinquantamila palestinesi, trasformandoli in un chiaro messaggio politico.

L'Intifada non si ferma né con le stragi di innocenti né con l'assassinio di leaders politici.

La strategia israeliana è chiara, oggi più che mai: far giungere i palestinesi allo zenith dell'esasperazione. Hamas, dopo l'assassinio di Abu Hanud, ha "sfondato" anche in una città come Betlemme da sempre ostica nei suoi confronti. Dimostrazioni in quella città si sono susseguite imponenti.

L'arrivo in Israele del generale Zinni, come "mediatore", qualche giorno fa aveva spinto Sharon, Peres & c. ad allentare l'assedio di Jenin. Osserviamo, non en passant, che l'animo di Zinni già in zona non è parso molto scosso dall'eccidio di Gaza. Nessuno poteva illudersi che non ci sarebbe stata una reazione, che puntualmente è arrivata. Nella notte tra il primo ed il due dicembre in diversi attacchi di kamikaze oltre trenta israeliani sono stati uccisi fra Gerusalemme ed Haifa, molti sono stati feriti e molti fra questi sono gravissimi.

Precisiamo che non ci esalta, in nessun caso, la morte di civili (a questo proposito vorremmo sapere dove erano le "anime belle" nelle stesse ore degli attentati di Gerusalemme, quando le agenzie occidentali annunciavano il bombardamento da parte degli Usa di una colonna di profughi afghani in fuga da Khandhar. I civili morti, evidentemente, per qualcuno non sono tutti uguali!).

Ma alcune osservazioni sono necessarie, per non perdersi nella disperazione che di questi mesi.

C'è differenza fra cinque bambini che saltano su una mina piazzata da un esercito di occupazione e dodici giovani che saltano in aria insieme agli attentatori, molto probabilmente coetanei? Si, c'è una grossa differenza. La differenza non consiste nel "pesare i morti", ma nel fatto che i palestinesi non hanno modo alcuno di difendersi dalle incursioni israeliane, dai bombardamenti, dalle ruspe che demoliscono le loro case (centinaia dal 28 settembre 2000 ad oggi), dallo sradicamento dei loro vigneti, uliveti, dai tiratori scelti che falcidiano chiunque abbia oltre 12 anni. All'epoca della lotta di liberazione algerina ad un dirigente del Fln arrestato dai francesi, un giornalista chiese perché il Fln facesse attentati indiscriminati nella parte "francese" di Algeri, utilizzando i cestini delle donne, imbottendoli di tritolo. Il dirigente algerino rispose: "mi dia i suoi bombardieri ed io le darò i miei cestini". In quel momento, per stroncare la resistenza algerina i francesi bombardavano al napalm interi villaggi. A chi si scandalizza solo per alcuni morti e non per altri, i palestinesi potrebbero rispondere in modo analogo.

Certo gli attentati suicidi sono una tragedia (anche per chi decide di farsi saltare in aria), ma dobbiamo chiederci: hanno altre alternative?

In molti rispondono che l'alternativa è la ripresa del dialogo. Si, ma che tipo di dialogo?

Dal 1993 al 2000 Arafat non ha fatto che cedere ai diktat israeliani, rischiando in più di un'occasione la guerra civile tra i palestinesi. La seconda Intifada affonda le sue radici nella verifica, che i palestinesi hanno fatto molte volte, che gli innumerevoli accordi sottoscritti dall'Anp non hanno portato a nulla, anzi, se possibile, hanno peggiorato le loro condizioni di vita.

Gli integralisti islamici servono, per paradossale che possa sembrare, moltissimo a Israele. Israele fin dalla prima metà degli anni ottanta ha cercato di far crescere le formazioni islamiche per poter avere un'alternativa all'Olp, troppo "laica". Arafat, per quanto arrendevole e accomodante, per molti anni ha accettato di fatto il ruolo di "poliziotto" di Gaza e Cisgiordania, non può valicare l'ultimo confine, quello della resa definitiva. Questi ultimi attentati, inoltre, servono a Sharon da un lato per poter giustificare il prossimo massacro di Stato, che sicuramente ci sarà, dall'altro per poter sostenere la "fine dell'era Arafat".

Già da alcuni giorni i giornali israeliani avevano rivelato che il governo israeliano ha deciso di trovare qualcun altro che non sia Arafat per condurre trattative "segrete" (che tanto segrete non sono se ne parla il più diffuso quotidiano israeliano Haaretz). Certo Arafat ha commesso molti errori, ma non nel senso che pensa la leadership israeliana. Dopo Arafat è difficile che Israele trovi altri leaders palestinesi disposti a trattare col cappio al collo. Inoltre per quanti sforzi gli israeliani abbiano fatto dal 1948 ad oggi non sono riusciti a trovare il quisling palestinese per arrivare ad annettersi Gaza e Cisgiordania con la finzione dell'autonomia senza speranza di indipendenza vera.

Il vicolo cieco

La politica israeliana sta portando il popolo palestinese alla disperazione più cieca e il popolo israeliano verso il baratro, ma la cosiddetta "comunità internazionale" non sembra accorgersene. A poche ore dagli attentati Kofi Annan, segretario generale dell'Onu, il presidente Usa Bush, il segretario di stato Usa Powell, il nostro ministro degli esteri Ruggiero, Joska Fischer a nome del "socialdemocratico" Shroeder e tanti altri hanno "intimato" ad Arafat di arrestare i responsabili e a processarli. Ipocriti! Come non sapessero che il primo responsabile è a Washington, accusato formalmente, per altro, in Belgio delle stragi di Sabra e Chatila.

Ora come non mai per uscire da questo tremendo vicolo cieco è indispensabile sostenere, e senza "ma.", la lotta del popolo palestinese.

Se ci tiriamo indietro ora pagheremo, tutti, il prezzo più alto. La fine dell'occupazione militare, vera e non la finta di Oslo, lo smantellamento delle colonie, restituzione del diritto al ritorno per i milioni di profughi nelle loro case. Queste sono le uniche condizioni possibile per avviare un dialogo credibile fra le parti, che porti ad una pace giusta e duratura.

Cinzia Nachira, 2-3 dicembre 2001

 

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Messaggio: 2

Data: Sat, 15 Dec 2001 12:14:05 +0100

Oggetto: L'arroganza dell'occupazione - analisi di Lev Grinberg *

TRADUZIONE dall'inglese di Susanne Scheidt

Articolo del 14 dicembre 2001 di Lev Grinberg* per il quotidiano israeliano Ma'ariv

(pubblicazione prevista 16 dicembre)

L'arroganza dell'occupazione

Quest'ultimo mese è stato segnato da un cambiamento drammatico nell'atteggiamento degli USA e dell'Europa nei confronti dell'ocupazione israeliana. Prima gli USA, poi l'Europa hanno addottato il punto di vista israeliano secondo il quale il nocciolo del problema sarebbe Yasir Arafat. Bombardando gli elicotteri di Arafat e chiudendo Arafat nella città assediata di Ramallah, così come la recente occupazione di parti di questa città, non hanno niente da vedere con la sicurezza di Israele né con la 'lotta contro il terrorismo'. Il governo di Israele ha preso di mira Arafat ed è riuscito a convincere prima l'opinione pubblica in Israele, adesso anche la comunità internazionale, che si tratti di una politica legittima.

L'attuale azione contro Arafat era preceduta da un discorso arrogante e paternalista sul 'carattere di Arafat'. Noi, israeliani, siamo padroni di licenziare il loro esponente politico per assumere un altro al suo posto. Questa arroganza, in relazione ad Arafat, mette in luce tutta la dimensione del fallimento del processo di pace di Oslo e del vertice di Camp David. Il discorso che punta contro Arafat, come se fosse lui l'essenza del problema palestinese, non si è imposto come l'attuale discorso predominante per merito della campagna condotta dai portavoce dei coloni e dell'estrema destra nei Territori Occupati. Piuttosto, questo discorso è stato già fatto da Ehud Barak in veste di Primo Ministro e dal suo Ministro per gli Esteri, Shlomo Ben Ami subito dopo Camp David, per nascondere il loro fallimento. La riduzione grottesca dell'intero conflitto israeliano-palestinese sul carattere di Arafat, quindi, la trovata della presunta soluzione magica ed apparentemente evidente, cioè la proposta di 'rimozione dell'ostacolo' sono discorsi costruiti dai portavoce della 'sinistra' per rispondere al proprio bisogno di nascondere il fallimento del loro operato quali esponenti del governo.

L'arroganza di questo discorso si riflette nell'esigenza urgente di insediare sul trono di Arafat un nuovo, più 'malleabile' esponente palestinese, e nel ragionamento paternalistico che 'noi sappiamo ciò che è meglio per i palestinesi'. In effetti, ogni ala dello spettro politico israeliano opta per un esponente palestinese che sarebbe meglio in grado di servire la sua propria causa. I 'moderati' nel governo israeliano darebbero la preferenza ad un esponente palestinese moderato, vestito da uomo d'affari, disposto a condurre trattative in stile razionale, occidentale, mentre gli 'estremisti' si immaginano un tipo da Hamas, adatto a legittimare una guerra aperta e sanguinosa contro 'il male palestinese'.

Il discorso che hanno in comune i due campi è lo scaricamento della responsabilità per la soluzione della crisi su Arafat, mentre ambedue evitano simultaneamente di riconoscere una responsabilità da parte di Israele.

In effetti, il governo sta combattendo contro Arafat e facendo così, fa del tutto per rendere impossibile un'eventuale successo di Arafat o delle sue Autorità nella lotta contro l'Islam estremista, considerando che la comparsa di estremismo e di terrorismo dalla parte palestinese facilita a nascondere il problema centrale, l'occupazione.

Arroganza e paternalismo sono l'effetto intrinseco dell'occupazione e come tale, il fenomeno non è specifico della situazione israeliana. Simili discorsi sono stati prodotti da coloni europei che avevano occupato regioni abitate da non-europei. La popolazione indigena veniva classificata inferiore e primitiva, non meritevole di diritti individuali, certamente non meritevole di diritti collettivi qual'era il diritto alla loro patria. Proprio così si sono svolte le cose in Israele/Palestina sino dall'inizio della colonizzazione, ed il Processo di pace di Oslo non vi ha introdotto alcun cambiamento fondamentale. La terra appartiene a noi, israeliani, noi ne siamo i padroni e i palestinesi devono accettare ciò che noi, nella nostra benevolenza, siamo disposti ad offirire loro. L'indignazione della 'sinistra' nei confronti dei palestinesi in seguito a Camp David è indirizzata contro la presunta ingratitudine dei palestinese e contro il loro rifiuto di accettare l'offerta 'generosa' di Barak.

Il supporto che gli USA hanno dato a Israele ha creato disperazione tra i palestinesi. Gli accordi di Oslo erano stati impostati sull'arroganza della pretesa d'egemonia del potere occupante. Avendo inizialmente ricevuto in 'concessione' Gerico e Gaza, Arafat è stato assunto 'in prova'. Se era in grado di superare il periodo di prova, gli si poteva affidare altro territorio, altrimenti no ed il Processo si sarebbe fermato, come aveva dichiarato Rabin (Netanyahu era più diretto, dicendo senza mezzi termini: 'se quelli producono risultati, avranno di più, se no, niente'). La ripresa del Processo di Oslo dipendeva dalla 'buona condotta' di Arafat e la sua pagella doveva essere scritta da Israele. Arafat doveva rendere ciò che le forze armate di Israele non erano riuscite a produrre: sicurezza per gli israeliani. Però, egli non aveva il diritto di proteggere la sicurezza o l'indipendenza del suo popolo. Quindi, l'autorità di Arafat non era conferita dal popolo palestinese e non era espressione dei loro diritti legittimi, ma era imperniata sul consenso di Israele con la sua presenza; perciò rientra perfettamente in questa logica poterlo anche espellere.

Cosa ha fatto Israele in cambio ? ha semplicemente evacuato le città palestinesi più grandi (e qualche lembo del loro hinterland, secondo il proprio giudizio) permettendo Arafat di nominare governatori e poliziotti, senza però, concedere una contiguità territoriale o una sovranità. Israele non ha mai rinunciato al controllo militare, non ha mai concesso la creazione di uno stato palestinese e l'indipendenza economica, non ha mai acconsentito al ritiro ai confini del 1967 e non ha mai ammesso argomenti cruciali quali Gerusalemme o i profughi palestinesi. Israele non ha nemmeno fermato o rallentato l'espansionismo della sua colonizzazione dei Territori Occupati. Tutto il trattato con i palestinesi era imperniato sulla buona volontà di Israele. Perciò, la seconda pre-condizione indispensabile per il successo degli accordi di Oslo era che Rabin rimanesse al potere.

L'assassinio di Rabin e l'insuccesso di Arafat come garante di sicurezza per Israele, condannarono gli accordi di Oslo alla morte. Ariel Sharon sta portando a termine, attualmente, il progetto storico che aveva inaugurato nel 1982 con l'occupazione del Libano. Sta procedendo con la stessa logica basata sul potere militare già adoperata per distruggere la rappresentanza legittima del popolo palestinese. Nel caso del Libano, egli fu fermato dalla comunità internazionale che lo intimava a non entrare nella città Beirut, assediata. Intanto, riuscì a insediare Bashir Jumayel come Presidente del Libano. Come ricordiamo, Juamayel fu assassinato entro pochi giorni dalla sua nomina, mentre le forze armate di Israele furono coinvolte in un'occupazione militare che durerà 18 anni, combattenti contro milizie libanesi, per dovere, alla fine, ritirarsi per forza dal Libano.

I palestinesi hanno imparato bene la lezione del Libano e sono stanchi degli accordi di Oslo che ritengono un alibi per continuare l'occupazione delle loro terre. Arafat non ha istigato l'Intifada, però egli potrebbe aspirare a mettersi alla sua guida per poter mantenere il suo ruolo a capo del popolo al quale deve rendere conto. Finché noi, israeliani, non abbandoniamo il nostro modo arrogante di pensare assieme alla nostra posizione di potere occupante, l'attuale ciclo di versamento di sangue potrà solo intensificarsi - con Arafat, e peggio ancora senza di lui.

L'Europa che è testimone dell'arroganza del colonialismo quale forma di dominio, non dovrebbe tornare ad assumere simili atteggiamenti nemmeno adesso che il perpetratore di colonialismo è lo Stato degli Ebrei. Occorre urgentemente un intervento internazionale per fermare Sharon - nell'interesse dei palestinesi come pure degli israeliani stessi.

* Lev Grinberg, un sociologo politico, è il Direttore del Humphrey Institute for Social Research presso la Università Ben Gurion del Negev.

L'articolo di Lev Grinberg è stato inviato da Gush Shalom ad Al-Awda internazionale e tradotto da me in italiano (scusate il mio italiano !)

Susanne Scheidt

 

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