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R O M A
17 e 18 novembre 2001
CONVEGNO NAZIONALE
CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA
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Relazioni, interventi e atti del convegno
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Intervento di apertura dell'Assemblea Antimperialista
Grazie alla partecipazione e al coinvolgimento dei lavoratori e dei compagni dello Spallanzani è stato possibile svolgere questo convegno in questa sala.
Farlo qui, per noi, assume un valore ed un significato importante non solo sul piano formale, ma soprattutto sostanziale. Per guerra permanente, infatti, così come recita il titolo di questo convegno, intendiamo non soltanto quella che si manifesta sul piano militare, come sta accadendo in Afghanistan ed in tanti altri luoghi, ma più in generale quella che si manifesta quotidianamente nella società, sia essa a capitalismo avanzato o quella dei paesi poveri condannati al sottosviluppo dal sistema imperialista. Una guerra permanente, dove lavoratori e interi popoli sono sacrificati in nome del profitto di assassini in doppio petto mossi soltanto dalla volontà esclusiva di gonfiare i loro portafogli e di soddisfare la loro sete di potere.
Non sono diversi, infatti, i 157 morti di cancro del petrolchimico di Porto Marghera da quei morti iraqeni o jugoslavi che dopo essere scampati alle bombe all'uranio impoverito dell'Occidente, hanno dovuto fare i conti con i tumori provocati dalla contaminazione da queste derivante. Così come diversa non è la devastazione ambientale che da Marghera ai Balcani, dall'Afghanistan al Medioriente, la borghesia imperialista ha provocato con le sue multinazionali e le sue guerre di conquista.
Ma questi sono solo alcuni esempi. L'elenco sarebbe lungo ed interminabile e non basterebbero 1000 convegni come questi per completarlo.
Storie di ordinario sfruttamento e di ordinaria oppressione, per le quali la giustizia borghese ha già sentenziato.
Una "giustizia infinita", appunto, così come è stata definita questa aggressione militare all'Afghanistan, che dopo aver sfruttato per una vita centinaia, migliaia, milioni di lavoratori, li prende a pezze in faccia, nel migliore dei casi o, se va male, li manda direttamente al creatore.
Quella giustizia che ha assolto il padronato assassino del petrolchimico di Marghera è la stessa giustizia che ha sentenziato il bombardamento della Zastava in Jugoslavia, la stessa che ha ammazzato gli ammalati di colesterolo attraverso lo spaccio del farmaco killer lipobay, la stessa che ha colpito ospedali e depositi della croce rossa internazionale in Afghanistan, la stessa che uccide i giovani palestinesi dell'Intifada.
Quella giustizia che si eleva ad arroganza, come è accaduto nel Vertice di Durban, e che ha visto Israele ed il suo tutore statunitense abbandonare la conferenza in quanto si sono rifiutati di accettare il giudizio della stragrande maggioranza dei paesi presenti che hanno condannato lo stato sionista israeliano per razzismo contro la popolazione arabo-palestinese.
La guerra permanente per la conquista dei mercati è tutto questo ed altro ancora.
Il processo delle privatizzazioni in atto nelle società a capitalismo avanzato come l'Italia, è l'altra faccia delle guerre di rapina imperialiste. In entrambi i casi quello che si determina, a differenti gradi, è il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza, con tanto di morti ammazzati al seguito.
E questo lo vogliamo evidenziare in modo preciso perché, guerra dichiarata o meno che sia, ogni anno ci ritroviamo a contare i nostri morti.
Solo in Italia, senza sparare un solo proiettile o lanciare una sola bomba, migliaia di lavoratori annualmente muoiono di morte bianca, per dirla con quell'eufemismo con cui viene definita la morte per sfruttamento su luoghi insicuri di lavoro.
La pacificazione e la concertazione non risparmia gli operai, i lavoratori e le loro famiglie, così come la guerra non risparmia le popolazioni che i signori della finanza puntualmente e ripetutamente colpiscono quando c'è da fare affari. Più si va avanti e più è evidente, anche ai più sprovveduti, che a difendere gli interessi di chi paga sulla propria pelle il prezzo dello sfruttamento non possono essere questi signori, abili politicanti o benefattori dell'ultima ora che siano.
E su questo noi non ci facciamo illusioni, perché a quel comitato d'affari chiamato Parlamento, noi non crediamo. Così come non crediamo al gioco a rimpiattino tra destra e sinistra, specchietto per le allodole per legittimare le istituzioni e governare il conflitto sociale. Dal passato governo di centro-sinistra, capeggiato dal socialimperialista D'Alema, all'attuale governo di centro-destra guidato dal piduista Berlusconi, abbiamo ingoiato, e stiamo continuando ad ingoiare, la stessa minestra salata. Medesimo, il "leit motiv" di sacrifici e di guerra che abbiamo ascoltato.
E' stato il centro-sinistra ha gettare l'Italia in guerra contro la Jugoslavia facendo diventare il nostro paese la base strategica per l'aggressione contro un paese sovrano ed un popolo che tanto sangue ha dato nella lotta di liberazione contro il nazifascismo. Il centro-sinistra ha spinto l'acceleratore sul processo delle privatizzazioni e della precarizzazione del rapporto di lavoro e dei salari. Figlia sua è la parità scolastica e l'attacco alle pensioni. Figli suoi sono i campi di concentramento per gli immigrati cosiddetti irregolari, il pacchetto sicurezza ed il progetto, andato in porto con la legge 78/2000, dell'elevazione dell'arma dei carabinieri a quarta forza armata dello Stato, dando poteri enormi e potenziando, così, la capacità di controllo e repressione in ambito nazionale ed internazionale di quella "benemerita" che, dalla monarchia passando per il fascismo e arrivando alla repubblica, è stata la costante della repressione delle lotte operaie e proletarie in questo paese. Per chi se lo fosse dimenticato, Genova lo ha riportato alla memoria con l'assassinio di Carlo Giuliani, dimostrante morto in giovane età mentre i Grandi del G-8 erano a banchetto in una città ridotta a fortezza.
In coerenza con tutto ciò, la sinistra ha caldeggiato il riordino delle forze armate per passare da un esercito di leva, ad un esercito professionale o mercenario, qual si voglia, per attrezzarsi a dovere per compiere le cosiddette "operazioni di polizia internazionali" vere e proprie guerre contro i nemici di turno.
Questo in soldoni ci ha regalato il governo di sinistra e, certamente, quello di destra non è da meno.
Dagli evidenti moniti emersi a Genova durante la contestazione al G-8 si è passati al varo della finanziaria di guerra che, capitalizzando prontamente i fatti dell'11 settembre a New York, aumenta, per farci stare tutti "più sicuri", per 3.000 miliardi i fondi destinati ai ministeri dell'Interno e della Difesa, e taglia quelli destinati a istruzione e sanità oltre che svendere a cordate finanziarie una grossa fetta del patrimonio abitativo pubblico. A seguire, poi, la formale decisione di partecipare alla guerra in Afghanistan, che costerà 150 miliardi al mese in più di cui la finanziaria non tiene conto; il rafforzamento della legge contro il terrorismo facilmente applicabile a tutti coloro che escono fuori dal coro; l'attacco all'articolo 18 dello statuto dei lavoratori che permette ai padroni di licenziare senza giusta causa e, dulcis in fundo, privatizzazioni a più non posso, come il tentativo in corso di privatizzare la ricerca medico-scientifica, uno tra i motivi per i quali i lavoratori dello Spallanzani che ospitano questo convegno, ma non solo loro, sono in agitazione.
Tutto ciò per dire che alla favola dell'alternanza politica, noi, non ci crediamo.
Combattere le destre per favorire una sinistra di mercato, forcaiola e guerrafondaia, proprio non ci ispira.
Non siamo disposti a delegare a questi signori e ai loro tirapiedi di curare i nostri interessi. Siamo convinti che è possibile ricostruire in questo paese, così come in altri, un'identità ed una forza politica e sociale a partire dalla ricomposizione di tutti quei spezzoni di lavoratori e di proletari in lotta che non si calano le brache e non chinano il capo di fronte a quanto sta accadendo. E' nel conflitto e dal conflitto che possiamo costruire la nostra indipendenza e la nostra forza e questo a partire principalmente dai luoghi di lavoro, ma anche dalle scuole e dal territorio.
Per questo è importante che un'iniziativa come questa avvenga in un luogo di lavoro.
Noi non siamo degli addetti ai lavori che vogliono arroccarsi nei loro bei ragionamenti e nelle loro belle tesi. Siamo noi stessi lavoratori, giovani e studenti che mangiano la minestra governativa dei sacrifici, e le idee e le convinzioni politiche e di principio che abbiamo vogliamo e dobbiamo confrontarle e sperimentarle giornalmente con chi ci lavora fianco a fianco, con il compagno di banco, con il giovane disoccupato del nostro quartiere, con chi lotta. Quello che ci interessa è contribuire a far riappropriare della politica e della lotta politica tutti gli spezzoni di lavoratori e giovani che si mobilitano contro la ristrutturazione capitalista e gli effetti della crisi che attanaglia questo sistema.
Non siamo degli specialisti addetti ai lavori intellettuali da strapazzo, siamo piuttosto dei fessi, come tanti, che non vogliono farsi fregare per tutta la vita e sanno che da soli non si va da nessuna parte.
Siamo per l'unità del movimento di classe, dei lavoratori, e pensiamo che a partire dalla sua ricomposizione, a partire dalla ricostruzione di un tessuto di solidarietà di classe e antimperialista, a partire dalla partecipazione alla lotta senza delegare nessuno per nostro conto, sia possibile modificare i rapporti di forza e tentare di cambiare le carte in tavola.
E' una lotta impari, sicuramente, quella che stiamo conducendo, contro un nemico che si presenta ai nostri occhi come un gigante. Ma questo gigante è in crisi, e più profonda è la crisi e più diventa reazionario e violento perché vulnerabile.
Questa crisi genera i movimenti e le lotte, e come tali la borghesia cerca di contenerli e quando non ci riesce li reprime senza troppi complimenti.
Lo vediamo in Italia con quanto è successo alla Fiat di Pomigliano d'Arco, ai cantieri navali di La Spezia, all'Ilva di Cornegliano, ai disoccupati napoletani; lo vediamo in Turchia con quanto sta accadendo nelle carceri e nei quartieri popolari dove i prigionieri in sciopero della fame ad oltranza continuano, appoggiati dalle loro famiglie e dai settori popolari, a subire morte e repressione; lo vediamo in Medio Oriente dove si continua ad ammazzare i palestinesi e i militanti d'avanguardia della resistenza araba ed antisionista e a minacciare paesi sovrani come l'Iraq e la Siria che ostacolano i piani egemonici imperialisti e sionisti nell'area. Lo vediamo in America Latina, in Africa, in una parola lo vediamo in tutto il mondo. In una parola il mondo è teatro permanente di una guerra, questa sì infinita, il cui termine può essere posto solo con la disfatta di questi aguzzini dell'umanità.
C'è chi chiama questa crisi capitalistica globalizzazione, chi neoliberismo, noi continuiamo a chiamarla imperialismo; ed il movimento internazionale che deve contendere questa battaglia lo definiamo, così come è scritto nel titolo di questo convegno: movimento antimperialista.
Per noi l'antimperialismo conseguente significa essere contro il capitalismo e quello che vogliamo non è ricercarci un cantuccio in questo sistema al riparo dalle bufere che provoca, cosa per altro impossibile, ma costruirne uno nuovo dove al centro del suo interesse sia l'uomo stesso e non il profitto individuale di qualche pescecane.
E per fare questo c'è bisogno di costruire un'unità ed un'organizzazione che in prospettiva riesca a superare anche quelle artificiose frontiere degli stati-nazione, perché un lavoratore, uno sfruttato, un oppresso, è tale sia che sia italiano, turco, pachistano, belga, siriano, palestinese, inglese.
Con questo spirito abbiamo invitato le delegazioni straniere a prendere parte a questo convegno, in questa direzione siamo intenzionati a lottare e lavorare.
Qualche stronzo a stelle e strisce ha recentemente tuonato "o con noi o contro di noi" e una merdaccia tricolore ha prontamente sventolato una supposta superiorità della civiltà occidentale su quella islamica.
La risposta a questo teatro dell'orrore e del terrore la dobbiamo dare tutti insieme perché unico il nemico, comune è la battaglia.
L'Assemblea Antimperialista
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