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R O M A
17 e 18 novembre 2001
CONVEGNO NAZIONALE
CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA
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Relazioni, interventi e atti del convegno
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Intervento di Sergio Cararo - redazione Contropiano
Economia di guerra, guerra di economie
La situazione dell'economia americana prima degli attentati alle Twin Towers e al Pentagono, era, come noto, piuttosto pesante.
I tentativi di assegnare ai fatti dell'11 settembre l'effetto scatenante della attuale crisi economica, non reggono alla prova dei fatti. Il PIL statunitense nel terzo trimestre era diminuito dello 0,4% rispetto all'anno scorso e per il quarto si prevede che scenderà ancora dello 0;9%. Nel 2000 la "crescita" americana era stata del 4,1, nel 2001 si prevede che sarà dell'1,2%, quasi quattro volte inferiore. Nel 2000 gli investimenti esteri negli USA erano saliti del 7,6% rispetto all'annoprecedente. Quest'anno scenderanno dell'1,6% (con una differenza di quasi dieci punti). Nel 2002 si spera che cresceranno dello 0,3%...quasi niente (Affari e Finanza, 5 novembre 2001).
Tutte le prime pagine dei giornali dell'11 settembre (lo stesso giorno degli attentati) si aprivano con titoloni sulla recessione economica mondiale ed in particolare con quella che stava colpendo la principale economia del mondo: quella statunitense.
Per Joseph Quinlan e Rebecca McCanghrin, analisti di Morgan Stanley, era stato un modo brillante per iniziare il loro studio sull'economia USA: "Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l'economia degli Stati Uniti e per i dollaro? La risposta è: un atto di guerra!" (da "Borsa e Finanza" del 15 settembre 2001, ossia solo quattro giorni dopo l'attentato alle Twin Towers)
La conclusione a cui sono giunti gli analisti di una delle principali banche d'affari internazionali, spiega molte cose della guerra in corso. Occorre capire, dietro i bollettini militari e le dichiarazioni diplomatiche, qual'è la vera posta in gioco di questo conflitto e quali sono i suoi obiettivi.
Se la posta in gioco è (come pensiamo che sia) elevata, la guerra può rivelarsi come l'estrema risorsa a disposizione dell'imperialismo.
E' dagli anni '60 che la crescita economica mondiale (intesa secondo gli indicatori del capitale) si va riducendo decennio dopo decennio. Oggi la torta a disposizione si è ridotta di molto. Il saggio di profitto è andato riducendosi sistematicamente da quaranta anni a questa parte portando alla luce un fattore sostanziale. Se fino agli anni Ottanta la crescita economica degli Stati Uniti aveva un effetto di traino sulle altre economie capitaliste (Europa, Giappone, paesi arabi petroliferi etc.), oggi la ripresa economica degli Stati Uniti può avvenire solo "a scapito" delle altre economie. La recessione in cui è precipitato il Giappone - acutizzata dalla crisi asiatica del 1997 - è stata indicativa. Per finanziare il proprio deficit e mantenere stabile la propria economia, gli USA hanno rastrellato i capitali che circolavano nell'area asiatica lasciando andare alla deriva il Giappone e le ex tigri dell'Asia. Se gli altri poli imperialisti (Europa soprattutto) intendono crescere e affermarsi come tali e gli Stati Uniti non vogliono accettare il loro declino, la guerra si presenta come soluzione possibile per ristabilire le gerarchie mondiali e arrestare/rinviare la resa dei conti con le contraddizioni dello sviluppo capitalistico.
Nessuna potenza imperiale ha accettato il proprio declino senza usare tutti i mezzi a propria disposizione per sopravvivere. E' dall'inizio degli anni Novanta che settori del potere e della finanza statunitense esprimono tale consapevolezza.
Per una fase questi settori sono stati marginali. Oggi sono dominanti e i fatti lo stanno dimostrando drammaticamente.
Dietro la guerra una competizione economica a tutto campo
In queste settimane, sono emerse piuttosto chiaramente preoccupazioni sulla "tenuta" dell'Europa davanti alla prospettiva del coinvolgimento nella guerra infinita che vede gli Stati Uniti bombardare pesantemente l'Afganistan. "L'Europa è adesso davanti ad un evento straordinario e violento che può unirla o spaccarla" (La Stampa, 21 ottobre). "Non siamo più, come negli anni della guerra fredda, al centro della grande politica, e saremo ancora meno centrali se il nostro maggiore alleato, gli Stati Uniti, sarà dominato da altre preoccupazioni" (Sergio Romano su Corriere della Sera del 16 ottobre).
Preoccupazioni ancora più forti stanno emergendo anche sull'obiettivo decisivo dell'euro e della sua forza di attrazione come moneta internazionale. Dagli scongiuri rivelati dalle pagine del CorrierEconomia ("si teme un ulteriore tonfo, soprattutto se il gran momento dell'arrivo dell'euro nelle tasche degli europei coinciderà con un attacco americano in Asia centrale") alle sortite non certo lusinghiere di Soros che ne prevede la scivolata in basso nei confronti del dollaro.
Se osserviamo sul campo quali potrebbero essere gli effetti dell'introduzione dell'Euro nelle relazioni reconomiche internazionali, emerge con evidenza la rottura di quello che è stato definito il "signoraggio del dollaro". Allo stato attuale, il 59% delle riserve internazionali possedute dalle banche centrali sono in dollari. Il 75% dei prestiti bancari internazionali viene effettuato in dollari. Il 60% dei dollari oggi circolanti sono posseduti all'esterno degli Stati Uniti. I dollari posseduti all'esterno degli USA, rappresentano un prestito senza interessi concesso dagli altri paesi agli Stati Uniti cioè il cosiddetto "signoraggio".
L'introduzione dell'Euro inevitabilmente rompe tale signoraggio. La sua eventuale capacità di diventare una moneta di riserva e per le transazioni internazionali, toglierebbe al dominio del dollaro non solo una delle aree più ricche del mondo (l'Europa) ma anche la sua area di influenza (Europa dell'Est, Russia e parte dell'ex URSS, Maghreb e parte del Medio Oriente inclusi alcuni paesi petroliferi come Iran e Iraq). In sostanza sarebbe un terremoto che cambierebbe la mappa delle relazioni economiche mondiali disegnate dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. In secondo luogo, l'Unione Europea troverrebbe attraverso il piano economico e monetario una coesione "de facto" che stenta ancora a realizzarsi sul piano politico.
Il più attento studioso marxista dei processi in corso in Europa, Guglielmo Carchedi, sottolinea come le istituzioni europee (Banca Centrale, Commissione, i Consigli dei Ministri, l'Ecofin etc.) agiscono in modo coeso verso i paesi dominati rendendo possibile l'appropriazione e la ripartizione di plusvalore nei confronti dei paesi aderenti alla Convenzione di Lomè o agli accordi di associazione dei paesi dell'Europa Centrale e dell'Est. Tali istituzioni non solo mediano interessi nazionali comuni anche se contraddittori dei paesi "forti" della UE ma formulano tali interessi in maniera relativamente indipendente perchè gli stati membri hanno ceduto una parte di sovranità a queste istituzioni. Ragione per cui anche se l'Unione Europea non è ancora uno "Stato" possiede già gli strumenti legali per legiferare e regolare intere sezioni dell'economia e di altre sfere degli stati membri.
Alcuni osservatori e studiosi intelligenti come Toni Negri o la redazione di Le Monde Diplomatique continuano ancora a sottovalutare una tendenza che pure è ben visibile sotto i nostri occhi: la centralizzazione dei vecchi stati-nazione in poli sovranazionali corrispondenti ai nuovi blocchi economici come l'Unione Europea e il NAFTA (e tendenzialmente l'AFTA esteso a tutta lAmerica Latina). "L'Impero" dunque potrebbe non avere più un unico centro nè una comune identità collettiva che trascenda dai limiti e dalle contraddizioni poste proprio dal mercato globale.
Con l'introduzione dell'Euro, non ci sarà più un'unica moneta mondiale ed i "mercati aperti" si stanno rivelando come tali solo all'interno dei vari blocchi economici o nei confronti dei paesi in via di sviluppo sotto la loro dominazione. L'ira del big business statunitense contro il Commissario Europeo Monti per via del blocco della fusione Honeywell-General Electric, indica piuttosto chiaramente la "reciprocità" delle misure neo-protezioniste verso l'esterno dei due blocchi, ma è un protezionismo verso l'esterno che convive e si rafforza con il liberismo pieno all'interno dei blocchi stessi e delle loro aree di influenza.
Questo passaggio è qualitativo e strategico allo stesso tempo. Qualitativo perchè corrisponde ad uno dei poteri fondanti dell'egemonia imperiale ossia la moneta (euro versus dollaro). Strategico perchè ad esempio l'Unione Europea ha dimostrato di voler recuperare assai rapidamente il gap di potere militare nei confronti degli Stati Uniti.
Appare evidente come l'escalation sulla "guerra senza confini" scatenata dall'amministrazione statunitense, abbia anche l'obiettivo di frantumare o comunque ritardare questa autonomizzazione politica, economica e militare dell'Europa dagli USA.
Gli scambi commerciali (percentuali sul commercio mondiale)
Interno NAFTA 10,6% Interno Europa 29,7%
NAFTA-Europa 7,5% Europa-Asia 7,8%
NAFTA-Asia 11,9% Interno Asia 11,9%
(Fonte: WTO, World Trade Organization)
I recenti dati forniti dalla stessa WTO, ci dicono che la crescita del commercio mondiale è crollata dal 12% del 2000 al 2% del 2001 e confermano che ormai l'economia mondiale si va dislocando intorno a due blocchi economici dotati di moneta propria e di mercati interni protetti: Unione Europea e NAFTA. Ques'ultimo, non a caso, sta cercando di estendersi a tutta l'America Latina attraverso l'AFTA (Area di libero scambio delle Americhe) inglobando tutto il continente americano.
L'Asia da questo punto di vista è rimasta più indietro anche se i paesi dell'ASEAN stanno cominciando a discutere seriamente l'idea di dotarsi di una moneta unica soprattutto in funzione anti-cinese.
Le grandi multinazionali - come si desume da un interessante lavoro degli inglesi Hirst e Thompson ("La globalizzazione dell'economia") - hanno inoltre dimostrato di avere la maggioranza del loro giro d'affari nei mercati interni di riferimento piuttosto che "in tutto il mondo".
Ciò significa che - nonostante la dislocazione della produzione a livello internazionale - per una multinazionale statunitense è ancora fondamentale il mercato regionale americano, e per una europea è ancora fondamentale il mercato regionale europeo. Ovviamente non per motivi "patriottici" ma semplicemente perchè questi sono tuttora i mercati di riferimento più ricchi. E' noto infatti che gli stabilimenti tedeschi della Ford e della General Motors hanno prodotto fino al 1941 e con profitti elevati i camion per la Wermacht, e solo alla fine di quell'anno furono costrette dal governo statunitense a ritirarsi - a malincuore - dalla Germania già in guerra da quasi tre anni. Oppure è noto che le compagnie elettriche francesi e tedesche continuavano a scambiarsi energia anche quando le armate tedesche nel 1940 avevano già sfondato il fronte in Belgio e si apprestavano ad aggirare la linea Maginot ed a dilagare sul territorio francese.
Se osserviamo l'agenda bilaterale tra Stati Uniti ed Unione Europea, se guardiamo al fallimento del round della WTO a Seattle (vedremo come finirà quello in corso nel Qatar), i fatti sembrano dare ragione a Eric Hobsbawn quando sostiene che la guerra commerciale tra le due sponde dell'Atlantico non è mai stata forte come in questa fase storica. Non vorremmo apparire schematici nè catastrofici e per esser ben compresi diciamo che i terreni di cooperazione e quelli di competizione tra il polo europeo e quello americano conoscono momenti di fortissimo rimescolamento rispetto al passato.
Se è vera questa tesi, quella di molti intellettuali "no-global" oggi in voga è da rivedere. Una dinamica di questo tipo e la nascita di un polo economico e tendenzialmente politico delle dimensioni come l'Unione Europea, rappresenta un fattore evidente di competizione con gli Stati Uniti (come rivendicato apertamente da Prodi) ed una minaccia alla supremazia mondiale degli stessi.
L'amministrazione Bush sembra dare molta continuità a quella logica di supremazia statunitense verso i partner che nei primi anni Novanta aveva ispirato l'amministrazione di George Bush senior. E' chiaro dunque che la nascita di un polo europeo economicamente, monetariamente, politicamente e militarmente autonomo dagli Stati Uniti, sarebbe destinato a cambiare in profondità i rapporti di forza nelle relazioni internazionali.
Stati Uniti versus Europa: un gioco pesante
Un pericoloso grande vecchio della potere USA come Henry Kissinger, nella sua ultima visita in Italia, si è espresso piuttosto chiaramente:
"Mi preoccupa il fatto che quando l'Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali molto spesso, e sarei tentato di dire, sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti" ha detto Kissinger in una intervista ad un noto settimanale italiano. "Sarebbe un errore" ha proseguito "un errore capace di portare gradualmente a una frattura tra le due sponde dell'Atlantico in un mondo sempre pieno di problemi" (Panorama, giugno 2001)).
Il tono esplicito di un uomo influente come Henry Kissinger, ricorda molto da vicino quello di un altro influente esperto americano come Martin Feldstein.
Feldstein, noto economista, era il capo dello staff economico di Bush padre ed è stato assunto come consigliere anche nell'amministrazione presidenziale di Bush figlio. Nel 1997, Feldstein pubblicò un famoso saggio sulla rivista Foreign Affairs che fece tremare le vene ai polsi ai leader europei. La sua tesi, confermata in una intervista al Sole 24 Ore, era che l'introduzione dell'Euro avrebbe portato "alla discordia e alla guerra all'interno dell'Europa" e "alla guerra tra Europa e Stati Uniti", ragione per cui egli aveva richiesto un cambiamento della politica estera degli USA verso l'Europa (Sole 24 Ore, novembre 1997).
Un altro consigliere di Bush padre ed ora vice-ministro dell'amministrazione di George W.Bush, Paul Wolfowitz, è colui che agli inizi del 1992 presentò un rapporto del Pentagono in cui si affermava la "indiscutibilità della supremazia mondiale americana" e si dissuadevano i partner dal cercare di mettere in discussione tale supremazia. A tale scopo, secondo Wolfowitz, occorreva scongiurare la nascita di qualsiasi potenziale rivale degli Stati Uniti dopo la dissoluzione dell'URSS. Dopo gli attentati a New York e Washington, Wolfowitz ha viaggiato molto in "parallelo" a Colin Powell e ha visitato anche i "partner europei". I colloqui diplomatici di queste settimane con le varie cancellerie europee, non devono essere stati molto "facili".
Infine, le tesi esplicitate da un altro pericoloso "grande vecchio" come Zbignew Brzezinski nel Mein Kampf della politica estera americana ("La Grande Scacchiera") e in una recente intervista al TG3, hanno riconfermato che gli Stati Uniti non accettano affatto l'esistenza di un polo europeo competitivo e che gli Stati europei devono rimanere divisi tra loro anche nella partecipazione a questa "guerra americana".
Quale influenza possono aver avuto all'interno dei governi europei fattori come quelli segnalati? Essere tornati a "sentire il fiato sul collo" del primus inter pares statunitense quanto ha rafforzato o indebolito il progetto strategico dell'Unione Europea?
Siamo alla vigilia di una crisi politica, di una crisi di classe dirigente inadeguata alle ambizioni del progetto europeo?
Sbaragliare i "competitori" in Asia Centrale
L'area euroasiatica, ha visto crescere nella seconda metà degli anni '90 una pesante offensiva statunitense per inserirsi nella regione, tagliare fuori la Russia e Iran dai corridoi strategici ed energetici della "Via della Seta", emarginare i competitori europei dalla spartizione dell'area apertasi al mercato dopo il biennio 1989/91. Ma questa offensiva ha innescato anche un processo di reazione tra gli altri competitori nell'area euroasiatica.
Il cambio di leadership al Cremlino.
Alla fine del '99 viene pensionato Eltsin e sale al potere Putin. Con lui torna al potere la percezione degli interessi "strategici" russi. Sostenuto dai boss delle società petrolifere e del gas, Putin avvia una politica più "aggressiva" sulle repubbliche ex sovietiche tesa ad impedire che la Russia venga tagliata fuori dalle rotte petrolifere. Indicativa è la recente notizia secondo cui una joint venture tra Russia e Kazachistan per la fornitura di gas kazaco alla Russia è in dirittura d'arrivo. La sua commercializzazione verrebbe quindi affidata alla infrastrutture russe capaci di arrivare anche sui terminali di sbocco.
A luglio 2001, Russia e Cina raggiungono una trattato della durata di 20 anni. E' il "Trattato di buon vicinato, amicizia e cooperazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese". Il trattato parla di "partnership strategica per far fronte alla crescente egemonia americana". Quasi contemporaneamente l'India sigla un accordo militare-commerciale con la Russia per 10 miliardi di dollari.
Si muove l'Europa.
Anche l'Italia, tramite l'ENI, ha cominciato a manifestare ambizioni di grandezza nell'area eurasiatica.
L'ENI, ha recentemente soffiato alle compagnie USA (Exxon-Mobil) il contratto sugli immensi giacimenti di Kachagan, in Kazachistan. Ha inoltre siglato un supercontratto con la Russia sul giacimento di Astrakan. L'ENI ha avviato il gasdotto sottomarino Bluestream in collaborazione con la Russia. Questo gasdotto, che porterà dalla Russia il gas in Turchia, rimette in gioco Mosca e, nei fatti, rende obsoleto il progetto Baku-Ceyhan sul quale l'amministrazione USA aveva riposto molte aspettative. Nel 1998 gli USA avevano dichiarato apertamente la loro opposizione al progetto Blue Stream e nel corso del 2000 hanno fatto pressione sui parlamentari turchi affinchè non approvassero il progetto, ma il pressing si è rivelato inutile.
Infine, ENI e TotalFinaElf stanno "dilagando" in Iran firmando contratti e concessioni miliardarie sui giacimenti di South Pars approfittando dell'assenza USA dovuta all'embargo contro Teheran. Emergono indiscrezioni su telefonate di fuoco tra l'Albright prima e Powell poi verso le autorità italiane. Contatti e preparativi fervono anche con l'Iraq suscitando anche qui l'ira degli Stati Uniti.
"Le divergenze con l'Europa in merito all'Iran e all'Iraq sono state considerate dagli Stati Uniti non come una questione tra pari, bensì come una manifestazione di insubordinazione" commenta perentorio Brzezinski.
Le vecchie ingerenze di una volta si sentono però rispondere: "e' l'economia bellezza!!"
Ragione per cui alcune compagnie petrolifere USA (tra cui l'Exxon-Mobil) cominciano a mordere il freno e ad aggirare l'embargo firmando contratti formalmente "fuori-legge" con l'Iran e cercando di frenare l'asse Rumsfeld-Rice-Israele che vorrebbe nuovamente aggredire militarmente l'Iraq.
La reazione USA.
E' evidente che se gli Stati Uniti intendono mantenere e rafforzare la loro egemonia mondiale non possono che intervenire in Eurasia. Tutti i rischi indicati dal Rapporto Wolfowitz nel 1992 e da Brzezinski più recentemente, si stanno presentando tutti: emersione di potenze rivali in competizione con gli USA, perdurante assenza dallo scacchiere euroasiatico, fallimento del progetto di tagliare fuori dalle rotte strategiche Russia, Iran ma anche la Cina. Un quadro aggravato dalla possibilità che alcuni dei più importanti paesi petroliferi comincino tra pochi mesi ad adottare l'euro piuttosto che il dollaro per le loro transazioni internazionali.
L'Afganistan è collocato geopoliticamente al posto giusto per consentire agli Stati Uniti di entrare di forza e direttamente nel "Grande Gioco sull'Eurasia". "In virtù della sua ubicazione geografica, l'Afganistan ha sempre giocato un ruolo importante nella stabilità regionale ed è stato frequentemente al centro dell'attenzione delle grandi potenze" scrive il Ten. Col. Lester W. Grau uno dei maggiori esperti militari americani della regione sulla Military Review, (settembre 2001).
Il famoso Rapporto Wolfowitz nel 1992 e il Mein Kampf della politica internazionale americana ("La Grande Scacchiera" di Brzezinski), hanno esplicitato in questo ultimo decennio di come gli USA devono impedire la nascita di potenze rivali in grado di minacciarne l'egemonia. L'avvento dell'Euro, il riarmo cinese, la sfida culturale islamica, minano i tre fattori decisivi della potenza imperiale: moneta, militare, culturale. Gli USA stanno lottando contro il proprio declino.
Per questo sono disposti a tutto...anche alla guerra.
per la redazione di Contropiano
(Sergio Cararo)
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